Toghe irriducibili: la Cassazione contro il "modello Albania"
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Redazione Interno
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Mentre il governo insiste nel voler portare avanti il controverso accordo con Tirana per l’esternalizzazione dei centri di detenzione, la Cassazione ha messo un nuovo e imprevisto ostacolo sul tavolo. Ventuno giorni dopo aver dato il via libera al trasferimento dei migranti nei centri di Gjader e Shengjin, gli stessi giudici della Suprema Corte hanno sollevato dubbi sostanziali, rimettendo la palla nelle mani della Corte di Giustizia europea. Una svolta che, se confermata, potrebbe affossare definitivamente il progetto su cui l’esecutivo aveva puntato per ridurre gli arrivi.
Il protocollo, approvato in Parlamento e convertito in legge dopo mesi di polemiche, rischia così di finire nel limbo giuridico. Non è la prima volta che la magistratura blocca l’iniziativa: già lo scorso 8 maggio, la Cassazione aveva stabilito che il centro di Gjader fosse equiparabile «a tutti gli effetti» a un Cpr italiano, salvo poi vedere la decisione disattesa dalla corte d’Appello di Roma. Ora, però, è la stessa sezione della Suprema Corte a fare marcia indietro, aprendo un cortocircuito giurisprudenziale che lascia poco spazio alle interpretazioni.
I giudici, esaminando due provvedimenti distinti, hanno messo in discussione non solo la struttura albanese ma l’intero impianto dell’accordo, ritenuto incompatibile con le norme Ue. Una mossa che costringe il Viminale a rivedere i piani, anche se il ministro Piantedosi ha già fatto sapere che non intende arretrare. Intanto, però, il "modello Albania" – presentato come soluzione innovativa per gestire i flussi – si rivela sempre più un labirinto legale, mentre cresce lo scontro tra governo e magistratura.




