Decreto Albania bis: Gjader e Shengjin verso il modello Guantanamo
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Redazione Interno
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Il governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, sta lavorando a un nuovo provvedimento per trasformare i centri di Gjader e Shengjin, in Albania, in strutture di rimpatrio per immigrati già espulsi. L’idea, che richiama esplicitamente il modello di Guantanamo e le politiche migratorie di Donald Trump, mira a replicare in territorio albanese i centri di permanenza e rimpatrio (Cpr) già operativi in Italia. Un progetto ambizioso, che però si scontra con una serie di ostacoli normativi, politici e finanziari, rischiando di arenarsi prima ancora di decollare.
Il protocollo siglato lo scorso novembre tra Meloni e il primo ministro albanese Edi Rama ha gettato le basi per questa operazione, ma i nodi da sciogliere restano numerosi. Da un lato, la legislazione europea, che potrebbe rendere difficile l’applicazione del decreto, dall’altro i costi crescenti per la ristrutturazione delle strutture, che richiedono interventi significativi per adeguarle agli standard richiesti. Non solo: il terzo no della magistratura al trattenimento dei migranti nei centri ha spinto il governo a cercare una soluzione normativa alternativa, studiata nel corso di una riunione tecnica a Palazzo Chigi, dopo il vertice politico di venerdì scorso.
Ma il vero scoglio, in questo momento, è rappresentato dalle elezioni albanesi dell’11 maggio. Gli oppositori di Edi Rama, guidati dal partito democratico di centrodestra, hanno già annunciato l’intenzione di smantellare l’accordo con l’Italia qualora dovessero vincere le urne. Una prospettiva che getta ombre sul futuro del progetto, mentre Meloni insiste per accelerare i tempi e garantire il pieno funzionamento delle strutture.
Intanto, oltremanica, il premier britannico Keir Starmer sembra aver abbracciato una linea dura sulle espulsioni, pubblicando video di migranti scortati e, in alcuni casi, ammanettati. Immagini che ricordano da vicino quelle diffuse durante la presidenza Trump, e che segnano un cambio di rotta anche per la sinistra europea, con l’eccezione di quella italiana. Un segnale che, se da un lato dimostra come il tema migratorio continui a dividere, dall’altro potrebbe influenzare le scelte di altri governi, incluso quello italiano.




