La bolla dei data center? Microsoft perde 360 miliardi e il mercato frena sull’IA
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Redazione Economia
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Wall Street ha inviato, nella seduta del 29 gennaio, un segnale di severa intolleranza che ha scosso le fondamenta del mercato tecnologico globale, facendo vacillare non solo il Titolo più pesante del listino ma anche alcune delle narrazioni finanziarie più acclamate degli ultimi anni. La punizione inflitta a Microsoft, la cui quotazione è sprofondata di circa il 10-11% registrando così la peggiore performance dai giorni più cupi della pandemia, è stata tanto violenta quanto eloquente: ha polverizzato in poche ore di contrattazioni un valore di quasi 360 miliardi di dollari, riportando la capitalizzazione del colosso di Redmond verso i 3.200 miliardi. Un tracollo, questo, che da solo equivale grosso modo all’intero valore di borsa di una società come Netflix, e che risuona come un monito per un intero settore che ha cavalcato l’onda speculativa dell’intelligenza artificiale.
Il conto salato della "fabbrica" dell'IA
Il detonatore di questa esplosione di vendite, va sottolineato, non è stato un trimestre di risultati operativi deludenti, bensì la rivelazione – contenuta nel rendiconto finanziario del secondo trimestre dell'anno fiscale 2026 – della dimensione stratosferica degli investimenti necessari a sostenere la corsa. Microsoft, infatti, ha comunicato spese in conto capitale per data center pari a 37,5 miliardi di dollari soltanto nell’ultimo trimestre, una cifra che rappresenta un incremento di circa il 66% su base annua e che ha superato nettamente le già rosee attese degli analisti. È questo aspetto, la portata dell’assegno che l’azienda sta staccando per costruire l’infrastruttura fisica dell’IA, ad aver acceso i riflettori sulla sostenibilità finanziaria di tale sforzo, spingendo molti investitori a riconsiderare i propri piani. La promessa di una crescita futura, a quanto pare, non basta più a placare gli animi quando i costi correnti lievitano in modo così eclatante.
Le crepe nell'impero: Xbox in affanno e le ombre su Azure
Il rapporto trimestrale, peraltro, ha messo in luce altre fragilità nell’ecosistema Microsoft, contribuendo a dipingere un quadro meno monolitico di quanto si potesse immaginare. La divisione Gaming, che ruota attorno al brand Xbox, ha infatti confermato un periodo di forte difficoltà, segnato da un calo complessivo dei ricavi del 9%. All’interno di questo segmento, perfino la categoria dei contenuti e servizi – che include il servizio in abbonamento Xbox Game Pass – ha registrato una flessione del 5%, un dato ancor più significativo se si considera il recente aumento dei prezzi del servizio. Parallelamente, la disponibilità limitata di unità di elaborazione grafica (GPU), componenti fondamentali per l’infrastruttura cloud di Azure, ha iniziato a tradire le potenzialità del cloud stesso, creando un collo di bottiglia che rischia di frenare la crescita proprio nel settore più promettente. È in questo contesto che gli enormi investimenti in data center assumono i contorni di una scommessa ad altissimo rischio.
Un messaggio chiaro dalla Borsa
La reazione del mercato, del resto, non è rimasta confinata al solo titolo Microsoft, estendendosi a una più ampia platea di società tecnologiche come dimostrano i crolli di ServiceNow, Nokia e soprattutto di SAP SE, precipitata del 16%. Questi movimenti rappresentano un promemoria impietoso del fatto che non tutti i titoli tech sono uguali e che la fiducia degli investitori può svanire in fretta quando i conti non tornano. La lezione impartita da Wall Street è dunque chiara e diretta: la corsa all’intelligenza artificiale rimane un campo di gioco fondamentale, ma a patto che i giganti della tecnologia dimostrino, trimestre dopo trimestre, di poter convertire gli sforzi infrastrutturali in flussi di ricavi concreti e profitti tangibili. L’era degli assegni in bianco, almeno per il momento, sembra essere giunta a una brusca frenata.




