Drone navale esplode a Costanza, la Ue si schiera con Bucarest. Mosca accusa: «È un’arma ucraina»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’esplosione che ha squarciato la quiete del porto rumeno di Costanza, gettando nel panico i lavoratori del principale scalo sul Mar Nero, non ha purtroppo rappresentato un episodio isolato se si considera il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza lungo il fianco orientale dell’Alleanza Atlantica.

Il ministro della Difesa di Bucarest ha confermato che un drone navale – carico di decine di chili di esplosivo – si è auto-distrutto intorno alle 10:30 del mattino, nei pressi di un tunnel petrolifero e a poche centinaia di metri da un terminale energetico strategico; non si registrano vittime, sebbene le immagini diffuse mostrino una densa colonna di fumo alzarsi all’orizzonte, mentre le schegge hanno danneggiato una struttura industriale e uno scafo ormeggiato nelle vicinanze.

La reazione delle istituzioni europee non si è fatta attendere, e anzi ha tinto il grave incidente di una coloritura marcatamente politica: il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, ha parlato di "piena solidarietà" verso la Romania, definendo l’accaduto come il terzo grave incidente di sicurezza registrato sul suolo rumeno nelle ultime settimane e una "conseguenza diretta della guerra di aggressione della Russia all'Ucraina".

Ursula von der Leyen, a capo della Commissione, ha aggiunto un avvertimento preciso – "la nostra risposta deve essere all'altezza dell'urgenza" – sottolineando gli ingenti investimenti continentali in sistemi anti-drone e difesa aerea.

La matrice ucraina del ritrovamento e le reazioni di Mosca

Mentre i vertici europei puntavano il dito contro il Cremlino, l’ambasciata russa a Bucarest ha invece fornito una lettura diametralmente opposta della dinamica, scatenando un serrato braccio di ferro comunicativo.

In una nota diffusa sul proprio canale Telegram, la rappresentanza diplomatica ha affermato senza mezzi termini che il mezzo esploso – così come altri tre che starebbero dirigendosi verso le acque territoriali romene – sarebbe di fabbricazione ucraina; lo stesso modello, hanno aggiunto, viene utilizzato dal "regime di Kiev" per compiere atti terroristici contro navi civili e minacciare la sicurezza della navigazione nel Mar Nero, definendo "privo di qualsiasi fondamento" ogni tentativo di attribuirne la responsabilità alla Russia.

Questa versione trova riscontri concreti nell’analisi dei rottami e nei video amatoriali diffusi online: i resti del velivolo, recuperati dalle forze dell’ordine, appartengono al modello Magura V5, un sistema d’arma senza pilota progettato dai servizi di intelligence militari ucraini ed entrato in servizio attivo proprio per colpire le navi della flotta russa.

Le caratteristiche tecniche di questo natante – lungo oltre cinque metri, in grado di trasportare fino a 320 chili di esplosivo e di navigare per centinaia di chilometri grazie alla guida satellitare – lo rendono una delle armi asimmetriche più temute del conflitto, tanto da aver già rivendicato l’affondamento di numerose unità nemiche nel corso dei mesi.

L’errore nella manovra e lo scenario di terrore nel porto civile

Fonti investigative e dichiarazioni raccolte dalla stampa locale dipingono ora lo scenario di un’operazione speciale finita male, forse a causa di un errore di navigazione o di un guasto nei sistemi di guida. Secondo quanto ricostruito dal prefetto del distretto di Costanza, Adrian-Teodor Picoiu, il drone che ha colpito il molo 78 faceva parte di un gruppo omogeneo di cinque dispositivi; uno di essi sarebbe finito sulla costa ucraina, mentre almeno tre sarebbero ancora dispersi nelle acque internazionali, con elicotteri e motovedette che setacciano la costa alla loro ricerca.

Un operaio che per primo ha avvistato il mezzo – rimasto incagliato in una barriera antinquinamento – ha immortalato il momento in cui il propulsore era ancora acceso, bloccato tra le lamiere, prima che le squadre di artificieri tentassero una bonifica poi resa vana dall’esplosione improvvisa.

Le autorità romene, attraverso il sistema di allarme Ro-Alert, hanno ordinato l’evacuazione immediata della zona costiera per un raggio di un chilometro, invitando la popolazione a rifugiarsi in luoghi sicuri mentre il traffico navale veniva interrotto; il capo del Dipartimento per le Emergenze, Raed Arafat, ha spiegato che la misura era puramente preventiva, giustificata dal sospetto fondato che altri ordigni simili potrebbero auto-detonare in qualsiasi momento.

Il precedente di Galați e l’ombra della guerra alle porte della Nato

L’episodio di Costanza non rappresenta affatto una sorpresa per i vertici militari di Bucarest, né per gli analisti che da mesi monitorano l’escalation di incidenti nei pressi del confine danubiano. Appena una settimana prima, un drone d’attacco russo (modello Geran-2) si era schiantato contro un condominio nella città di Galați, nella Romania orientale, ferendo due residenti e devastando la facciata dell’edificio; si è trattato del primo caso in cui un ordigno esplosivo riconducibile a Mosca ha colpito una zona densamente popolata di un paese membro della Nato.

Sebbene in quell’occasione le autorità avessero parlato di un incidente tecnico o di un’intercettazione dei sistemi di difesa aerea, la recidività dell’evento – a cui si aggiunge il ritrovamento di una mina marina tra Vama Veche e 2 Mai pochi giorni fa – ha spinto il presidente Nicușor Dan a classificare la situazione come "particolarmente grave", ribadendo che si tratta delle dirette conseguenze della guerra di aggressione scatenata dalla Russia.

I pubblici ministeri della Procura presso la Corte d’Appello di Costanza hanno aperto un fascicolo per disastro colposo e violazione delle normi sulla sicurezza della navigazione, mentre l’Ucraina, attraverso canali diplomatici riservati, avrebbe già informato i partner romeni che l’esplosione è da attribuirsi a un dispositivo fuori controllo, perduto durante una missione notturna.

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