Prigionieri palestinesi liberati, festa a Ramallah e Khan Younis mentre Trump sigla l'accordo di Sharm
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Redazione Esteri
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Le sirene hanno annunciato, con un suono acuto e prolungato, l’arrivo degli autobus a Ramallah, dove una folla immensa, che da ore premeva contro i cordoni, ha potuto finalmente festeggiare i prigionieri palestinesi la cui liberazione è stata sancita dall’accordo di Sharm el-Sheik. Scene di caos gioioso, intrise di lacrime e di abbracci che ricuciono, dopo anni di attesa, legami familiari spezzati; si sono visti figli che forse non avevano mai conosciuto i padri e mogli riabbracciare i mariti, in un momento di commozione collettiva che ha travolto ogni cosa. Analoga esplosione di sentimenti si è registrata a Khan Younis, dove il ritorno degli ex detenuti è stato accolto come un riscatto, un evento che segna una pausa in un conflitto di cui tutti, ormai, portano i segni. La consegna degli ultimi tredici ostaggi alla Croce Rossa internazionale, infatti, ha sancito una circostanza inedita: non ci sono più ostaggi israeliani vivi nelle mani di Hamas a Gaza, dopo 738 giorni dal rapimento.
Gli echi internazionali e il plauso a Trump
Mentre i prigionieri palestinesi ritrovavano la libertà, dall’altra parte del Mediterraneo, a Sharm el-Sheik, si consumava un atto diplomatico di portata storica, fortemente voluto da Donald Trump, che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha esitato a definire “il più grande amico che Israele abbia mai avuto”. Un giudizio enfatico, al quale ha fatto eco, con toni altrettanto iperbolici, il presidente della Knesset Amir Ohana, il quale ha paragonato l’intervento del presidente degli Stati Uniti a una figura leggendaria, affermando che in Medio Oriente un uomo così non si vedeva “dai tempi di Ciro il Grande”. Nel corso di un discorso che si è protratto ben oltre il tempo previsto, superando abbondantemente l’ora, il Parlamento israeliano ha riservato a Trump applausi scroscianti e ripetuti, in un clima di esultanza nel quale sono persino comparsi, branditi da alcuni sostenitori, i caratteristici cappellini rossi con la scritta "Trump presidente della pace".
Roma, la rimozione dei manifesti e un capitolo che si chiude
Anche a Roma, intanto, si è scritta una piccola pagina di storia, sebbene in tono minore e del tutto simbolico. Dopo la preghiera in Sinagoga, molti fedeli si sono riversati in via del Tempio, dove per mesi era rimasto affisso uno striscione con i volti degli ostaggi. Con la conferma che non ve n’erano più in vita a Gaza, quei manifesti sono stati rimossi, in un’atmosfera di gioia sobria ma palpabile che ha pervaso il quartiere ebraico. Un gesto semplice, che ha suggellato la fine di una lunga e angosciante attesa, chiudendo un periodo di apprensione collettiva che aveva lasciato un segno profondo nell’identità del luogo.
La firma del piano e la definizione di "Giornata storica"
Poco prima delle due del pomeriggio, ora locale, l’aereo della premier Giorgia Meloni è atterrato all’aeroporto internazionale di Sharm el-Sheik, dove la leader italiana era attesa per prendere parte alla cerimonia di firma del Piano di pace per il Medio Oriente. Proprio mentre era in volo da Roma all’Egitto, si sono completati gli scambi previsti dall’intesa: Hamas ha liberato i venti ostaggi israeliani ancora in vita, che erano stati tenuti nascosti nella fitta rete di tunnel sotto Gaza, e Tel Aviv, dal canto suo, ha dato esecuzione alla scarcerazione di circa millenovecento detenuti palestinesi. La Meloni, giunta al summit, non ha usato mezzi termini per descrivere l’evento, bollandolo senza esitazione come una “giornata storica”, un punto di svolta dopo una crisi che sembrava non offrire via d’uscita.




