Wall Street affonda tra il blocco di Hormuz e i timori per il credito privato
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Redazione Economia
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La seduta del 12 marzo 2026 rimarrà negli archivi di Wall Street come una di quelle in cui la geopolitica ha stretto la morsa sull’economia reale, soffocando sul nascere qualsiasi slancio dei mercati. Gli indici principali hanno chiuso in profondo rosso, con il Dow Jones che ha lasciato sul terreno l’1,56% attestandosi a 46.678 punti, mentre l’S&P 500 ha ceduto l’1,52% e il Nasdaq, il più penalizzato, è scivolato dell’1,78% a 22.312 punti. Il coprifuoco imposto dalla nuova Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, sullo Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia attraverso cui transita una fetta significativa del greggio mondiale – ha agito da detonatore per una giornata di vendite incontrollate, facendo balzare il prezzo del petrolio Wti con scadenza ad aprile verso i 96 dollari al barile e riaccendendo l’incubo di un’inflazione importata che la Federal Reserve faticherà a domare.
Le parole di Khamenei, il quale ha rivendicato la chiusura dell’arteria marittima come strumento di pressione economica contro gli Stati Uniti, hanno di fatto vanificato persino lo storico rilascio di riserve petroliferie deciso dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, un intervento da 400 milioni di barili che di solito basterebbe a calmierare i prezzi. In questo contesto, invece, non è servito a nulla: il mercato sconta ormai l’idea di un conflitto lungo, con il greggio che potrebbe puntare dritto verso i 100 dollari e oltre, erodendo i margini delle imprese e comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie. L’indice Vix, quello che misurano la paura e che gli operatori chiamano il “gauge della volatilità”, ha chiuso a 27 punti, allontanandosi definitivamente da quella zona dei 20 che separa la tranquillità dall’ansia da trading.
Oltre allo choc energetico, a gelare il sangue degli investitori ci si è messa una crepa silenziosa ma profonda nel mondo parallelo della finanza, quello del private credit, l’universo da duemila miliardi di dollari che negli anni aveva promesso rendimenti fuori dal mercato. La notizia che Morgan Stanley, uno dei colossi del settore, abbia limitato i rimborsi per uno dei suoi fondi – restituendo meno della metà del capitale richiesto dagli investitori in uscita – ha scatenato il panico tra gli analisti e non solo. Il problema, come ha sottolineato Joe Saluzzi di Themis Trading, non è tanto l’episodio in sé, ma la ragnatela di connessioni: bisogna capire quanto di questo credito sia stato cartolarizzato, chi lo detiene, e se queste posizioni siano segnate in bilancio a valori realistici o gonfiati. È un effetto domino che preoccupa, perché quando la liquidità si inceppa in un segmento, il contagio può estendersi rapidamente all’intero sistema bancario tradizionale, e infatti JPMorgan Chase ha già rivisto al ribasso il valore di alcuni prestiti legati a questi fondi.




