Gli inviati di Trump a Kiev per i negoziati, Lavrov accusa la Germania: «È l’inizio di una guerra»
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Redazione Esteri
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La partita per la pace in Ucraina si sposta sul terreno diplomatico, ma il fiato resta sospeso. Gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno fatto il loro ingresso a Kiev per un primo, cruciale faccia a faccia con il presidente Volodymyr Zelensky, mentre sullo sfondo le parole del ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov riecheggiano come un avvertimento: la vicenda dei droni all’aeroporto di Lipsia, secondo Mosca, rappresenterebbe «l’inizio di una vera guerra» con l’Occidente.
Una visita, quella degli emissari americani, che arriva al termine di un vertice di tre ore al Cremlino con Vladimir Putin, un colloquio definito da Mosca «estremamente franco» e dal presidente russo stesso come «non semplice», a testimonianza della complessità di un tavolo che prova a mettere fine a tre anni di conflitto.
Il vertice al Cremlino e la tregua di tre giorni
Sabato scorso, le porte del Cremlino si sono aperte per accogliere Witkoff e Kushner, due figure di fiducia dell’inquilino della Casa Bianca, in quella che è stata la prima vera tornata negoziale ad alto livello da quando Trump ha ripreso il controllo della politica estera statunitense. L'incontro, durato complessivamente tre ore, ha visto Putin ascoltare le proposte americane e illustrare la posizione russa, in un clima che il portavoce del Cremlino ha voluto definire di «fiducia» reciproca, nonostante le evidenti divergenze.
Dalle indiscrezioni filtrate, sarebbe emersa la proposta di una tregua limitata nel tempo, ipoteticamente non superiore ai tre giorni, una finestra ristretta che Mosca avrebbe giudicato impraticabile per ragioni operative e strategiche, preferendo mantenere il dialogo aperto senza vincoli temporali così stretti.
Subito dopo il faccia a faccia nella capitale russa, la delegazione americana ha varcato i confini dell'Ucraina per incontrare Zelensky, il quale ha annunciato con un post su X di essere «pronto al confronto», pubblicando le immagini della riunione preparatoria con il proprio team di negoziatori.
L'avvertimento di Lavrov e le accuse tedesche
Mentre gli inviati americani sedevano al tavolo con i vertici ucraini, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha alzato il tono dello scontro, puntando il dito contro la Germania per il presunto utilizzo di droni russi vicino all'aeroporto di Lipsia. Secondo Lavrov, Berlino avrebbe strumentalizzato l'episodio senza aver condotto un'indagine approfondita, scatenando una rappresaglia diplomatica che per Mosca equivale a un atto ostile. «Hanno trovato un drone – ha dichiarato il capo della diplomazia russa – e hanno subito detto che era russo, ma nessuno si è preso la briga di indagare.
Questa escalation verbale e le conseguenti ritorsioni sono l'inizio di una guerra», ha affermato, in un passaggio che ha gelato i rapporti tra Russia e Unione Europea proprio mentre i negoziati per l'Ucraina cercano di decollare. La risposta di Berlino non si è fatta attendere, con l'espulsione di alcuni funzionari russi e la convocazione dell'ambasciatore, ma Mosca ha già annunciato contromisure, alimentando un clima di tensione che rischia di minare gli sforzi diplomatici in corso.
Il ruolo del Vaticano e l'auspicio del Papa
In questo scenario incandescente, anche la voce del Pontefice si è levata a sostegno del dialogo, con Papa Francesco che ha auspicato che i negoziati in corso possano portare «frutti concreti» per la popolazione martoriata dal conflitto. Un messaggio che arriva a pochi giorni dall'inizio della Quaresima, quasi un richiamo alla comunità internazionale perché non perda di vista le vittime civili e la necessità di una tregua duratura.
Il Vaticano, da sempre impegnato in una mediazione silenziosa, segue con attenzione gli sviluppi di Kiev e Mosca, sperando che l'incontro tra gli emissari americani e i due presidenti possa sbloccare una situazione definita da Putin «non semplice», ma non per questo irrimediabilmente compromessa.
La presenza contemporanea di Witkoff e Kushner in Ucraina, dopo il confronto con il leader russo, rappresenta un segnale di volontà politica da parte dell'amministrazione Trump, determinata a mantenere fede alla promessa elettorale di chiudere il conflitto in tempi rapidi, nonostante gli evidenti ostacoli sul campo.
I nodi del negoziato: territori e garanzie di sicurezza
Dietro le quinte del vertice, i temi caldi del negoziato restano quelli che dal febbraio 2022 bloccano qualsiasi ipotesi di pace definitiva. Da un lato, la questione territoriale, con Mosca che rivendica il controllo sulle regioni annesse e Kiev che chiede il ritiro delle truppe russe dai confini internazionalmente riconosciuti. Dall'altro, le garanzie di sicurezza per l'Ucraina, un nodo che gli Stati Uniti e i loro alleati europei cercano di sciogliere senza innescare una reazione a catena con la NATO.
I contatti tra Russia e Ucraina non sono mai stati interrotti del tutto, ma nessuno degli scambi avvenuti in questi anni è riuscito a trasformarsi in un percorso strutturato verso la pace: ci sono stati brevi cessate il fuoco, scambi di prigionieri e tentativi di mediazione, ma ogni passo avanti è stato vanificato da nuove ostilità.
Ora, con l'insediamento di Trump e l'avvio di questa nuova fase negoziale a gennaio 2025, la comunità internazionale osserva con attenzione se gli inviati americani riusciranno a fare ciò che finora è stato impossibile, ovvero trasformare le dichiarazioni di intenti in un accordo scritto, duraturo e verificabile sul campo.
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