Indagini sul focolaio di legionella a Milano, un morto e undici casi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   Le autorità sanitarie sono impegnate in una complessa attività di accertamento per individuare l’origine di un focolaio di legionella che ha colpito il quartiere di San Siro, a Milano, dove si sono registrati undici casi di infezione. Gli episodi, che hanno determinato il ricovero in ospedale di otto persone per le complicazioni insorte, si sono concentrati tutti nell’area di via Rembrandt, sebbene interessino palazzi differenti e senza che, almeno in base alle prime ricostruzioni, emergano frequentazioni di luoghi comuni da parte dei contagiati. L’infezione, la cui manifestazione più grave può sfociare in una polmonite, ha purtroppo causato una vittima: si tratta di un uomo di 89 anni, le cui condizioni di salute erano già compromesse dalla presenza di altre patologie, deceduto lo scorso 3 novembre.

Il rebus della diffusione del batterio

La particolare distribuzione geografica dei casi, che non sembra riconducibile a un’unica fonte di contaminazione all’interno di un singolo edificio, rappresenta il nodo centrale delle indagini coordinate dall’Ats Metropolitana di Milano. La dispersione degli episodi in diversi condomini, infatti, rende più articolata la caccia al batterio, spostando l’attenzione degli investigatori verso possibili serbatoi di diffusione di dimensioni più ampie. La Legionella pneumophila, che è l’agente patogeno responsabile della malattia, prolifera in ambienti acquatici naturali e artificiali, dai quali può poi disperdersi nell’aria attraverso aerosol, trovando nelle condutture idriche o negli impianti di climatizzazione i suoi veicoli ideali.

Lo stato dei ricoveri e il profilo di rischio

Al momento, dei pazienti ricoverati a causa dell’infezione, sei sono ancora in cura presso l’Asst dei Santi Paolo e Carlo, mentre un altro, precedentemente in cura all’ospedale Sacco, ha potuto fare ritorno a casa. La situazione rimane sotto costante monitoraggio, soprattutto considerando che gli anziani e le persone con un sistema immunitario indebolito costituiscono la fascia di popolazione più esposta al rischio di sviluppare conseguenze gravi. La malattia del legionario, la cui incubazione può variare da due a dieci giorni, non si trasmette da persona a persona, ma viene contratta inalando goccioline d’acqua contaminate, un meccanismo che spiega la difficoltà di tracciare con immediatezza la fonte precisa del contagio in contesti urbani.

L’attesa per gli esiti di laboratorio

La risoluzione del caso dipenderà in larga misura dagli esiti delle analisi di laboratorio, attualmente in corso, che hanno l’obiettivo di identificare con certezza i ceppi batterici coinvolti e di mapparne la diffusione ambientale. Solo attraverso un’attenta comparazione dei risultati microbiologici si potrà sperare di ricostruire la catena di contagio e di intervenire in maniera mirata per bonificare le fonti di contaminazione. L’assenza di un legame epidemiologico diretto tra le persone colpite, tutte residenti nella medesima zona ma in edifici distinti, continua a rendere il quadro particolarmente complesso, trasformando le indagini in un vero e proprio rompicapo per gli esperti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.