Reggio Emilia ricorda l'eccidio dei fratelli Cervi, Salis: “Non si può fucilare un’idea”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Contro il muro del Poligono di tiro, quel 28 dicembre di ottantadue anni fa, si spensero le vite di sette fratelli e di un loro compagno. La fredda esecuzione dei fratelli Cervi e di Quarto Camurri, per mano repubblichina, non concluse però nulla, ma divenne semmai una domanda aperta e perentoria che ogni generazione, da allora, è chiamata a raccogliere. È questo il cuore del messaggio affidato, nella Sala del Tricolore a Reggio Emilia, alla voce della sindaca di Genova Silvia Salis, durante la cerimonia ufficiale promossa dall’Istituto Cervi per l’anniversario della barbara fucilazione. Una domanda pubblica, come ella stessa ha rimarcato, che “attraversa il tempo e torna, puntuale, ogni volta che una società deve decidere da che parte stare”. Una riflessione che, partendo dalla scelta radicale di resistenza compiuta da Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore e dal loro amico Quarto, interroga il presente senza indulgenza.

La continuità di una lotta

Se i modi e le circostanze storiche mutano inesorabilmente, l’obiettivo di fondo – ha osservato Salis – resta immutato nella sua essenza più pura. Si tratta, in altre parole, di preservare e difendere con fermezza quell’insieme di principi e valori che, sgorgati proprio dalla lotta partigiana, trovarono poi compiuta espressione nella stesura della nostra Carta costituzionale. Una difesa che oggi, come ieri, non ammette ambiguità o tentennamenti. La sindaca ha tracciato così un ideale filo rosso che unisce il sacrificio di allora alle responsabilità dell’oggi, sottolineando come quell’eredità di impegno civile, simbolicamente affidata anche alla figura di Genoeffa Cocconi, spetti ora ai giovani interpretare e portare avanti, in nome della democrazia, della libertà e della giustizia.

Una memoria che interroga il presente

Le parole pronunciate in quell’aula consiliare, gremita di autorità tra le quali il sindaco Marco Massari e il presidente dell’Istituto Cervi Vasco Errani, non si sono limitate a rievocare un tragico episodio di cronaca nera della Guerra di Liberazione, per quanto cruciale. Salis ha infatti lanciato un monito netto, spiazzante nella sua semplicità, rivolto all’attualità politica del Paese. Ha stigmatizzato con forza il fatto che, “incredibilmente”, persista in alcuni una reticenza, una difficoltà nel dichiararsi apertamente antifascisti. Un’affermazione che, risuonata proprio nel luogo simbolo del martirio, non poteva che assumere un peso specifico e un richiamo diretto, sebbene mai esplicitato nominalmente, all’establishment politico guidato da Giorgia Meloni e a certe ambiguità culturali che ancora permangono.

Il senso di una commemorazione

La giornata di commemorazione, che ha visto un focus particolare sul ruolo delle donne nella Resistenza e sulle vittime di violenza, ha dunque ribadito come certi fatti storici non possano essere ridotti a mere tragedie private o a pagine da archiviare. La strage dei Cervi, al contrario, rappresenta un nucleo di significato permanente, un’idea di riscatto e di opposizione alla barbarie che, per sua natura, sfugge alla violenza che pure tenta di sopprimerla. “Non si può fucilare un’idea”, è stato il ritornello più potente, quasi un epitaffio morale per quegli otto uomini uccisi. Un concetto che trasforma la memoria da rituale doveroso in uno strumento vivo di coscienza civile, specialmente in un’epoca in cui i valori fondativi della convivenza democratica appaiono, in varie parti del mondo, sotto una pressione costante.

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