Reggio Emilia ricorda i fratelli Cervi, Salis: "Non si può fucilare un’idea"
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Redazione Interno
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L'eco delle fucilazioni, che l’alba del 28 dicembre 1943 non riuscì a coprire, risuona ancora, puntuale, ogni anno. Nell’anniversario dell’eccidio dei sette fratelli Cervi e di Quarto Camurri, Reggio Emilia ha rinnovato la sua memoria nella Sala del Tricolore, ospitando la cerimonia ufficiale promossa dall'Istituto Cervi. Un rituale civile, lontano da ogni retorica, che trasforma quel sacrificio – compiuto dai repubblichini in un luogo oggi divenuto sacro – in una questione pubblica e mai sopita. La sindaca di Genova Silvia Salis, portando i suoi saluti istituzionali, ha colto proprio questo nucleo, osservando come la scelta di resistenza operata dalla famiglia Cervi, pur mutando nelle sue forme nel corso dei decenni, conservi intatto l’obiettivo originario: la difesa di quei valori fondamentali che sarebbero poi confluiti nella stesura della Costituzione repubblicana.
Una domanda che attraversa il tempo
“Il massacro dei fratelli Cervi non è una tragedia privata. È una domanda pubblica”, ha affermato Salis, la cui voce ha riempito la sala. Una di quelle domande, ha proseguito, che “attraversano il tempo e tornano, puntuali, ogni volta che una società deve decidere da che parte stare”. Quel sacrificio, quindi, lungi dall’essere relegato alla mera cronaca nera del passato – da ricordare con rispetto, senza indugiare in dettagli superflui – si trasforma in un monito permanente e in un criterio di giudizio per il presente. L’attenzione della commemorazione si è concentrata, non a caso, sull’eredità lasciata alle nuove generazioni, simboleggiata dalla figura di Genoeffa Cocconi, tracciando un ideale percorso che unisce democrazia, libertà e giustizia, valori che quell’atto estremo di violenza voleva estinguere.
L'antifascismo come barra di orientamento
Le parole della sindaca, che ha parlato al cospetto del primo cittadino Marco Massari e del presidente dell’Istituto Cervi Vasco Errani, hanno assunto un tono ancor più netto quando il discorso si è spostato sull’attualità politica. “In questo Paese, incredibilmente, qualcuno fatica ancora a definirsi antifascista”, ha dichiarato Salis, in un passaggio che, pur senza nominare direttamente alcun esponente, costituisce un chiaro riferimento alla premier Giorgia Meloni e all’establishment di Fratelli d’Italia. Un’affermazione che, pronunciata idealmente contro il muro del Poligono di tiro dove la storia si consumò, sembra acquistare un peso specifico maggiore, trasformando la commemorazione storica in un momento di riflessione sulla continuità dei principi fondativi dello Stato.
L'eredità delle donne nella Resistenza
La giornata è stata simbolicamente dedicata anche al ruolo delle donne, alle “resistenti” e a tutte coloro che hanno subìto violenze, inserendo così la specifica tragedia familiare in un quadro più ampio di lotta e sofferenza. Quel che emerge, al di là delle singole vicende, è la consapevolezza che l’idea per cui quei giovani morirono – un’idea di giustizia sociale e di libertà – non poté essere uccisa dai proiettili. È questo, in fondo, il senso più profondo della frase che ha dato il Titolo all’intervento e che riassume il sentire della cerimonia: “Non si può fucilare un’idea”. Un concetto che lega indissolubilmente il passato al dovere della memoria attiva, specialmente in un’epoca in cui i linguaggi dell’odio e della sopraffazione sembrano talvolta riaffiorare, sebbene con declinazioni diverse.




