Vendi troppo su Vinted? Per il fisco ora sei un'impresa: ecco quando scattano le tasse
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Redazione Economia
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La vendita occasionale di un capo d'abbigliamento o di un oggetto che non si utilizza più, operazione un tempo relegata alle pagine dei giornali locali o ai mercatini di paese, ha oggi trovato una dimensione nuova e pervasiva su piattaforme digitali come Vinted ed eBay, le quali, offrendo strumenti semplici e immediati, hanno moltiplicato le opportunità di disfarsi di ciò che è superfluo ricavandone qualcosa. Questo fenomeno, che coinvolge una platea vastissima di persone, si scontra però con un principio fiscale ben consolidato, il quale, distinguendo tra lo smaltimento del proprio guardaroba e un'attività economica organizzata, stabilisce che nel secondo caso scattino degli obblighi ben precisi.
La soglia tra privato e professionista
Il confine, come spesso accade, non è sempre netto e si basa su una valutazione complessiva dei comportamenti tenuti dal venditore. L'Agenzia delle Entrate, la quale vigila sul corretto adempimento degli obblighi tributari, non considera imponibili le cessioni di natura meramente occasionale, quelle che, per intenderci, riguardano beni di proprietà personale e non sono finalizzate a un guadagno continuativo. Quando, al contrario, le vendite diventano abituali e assumono i connotati di un'attività organizzata, magari con un volume di affari significativo e una frequenza che va ben oltre lo svuotamento occasionale di un armadio, il fisco inizia a considerarle come redditi d'impresa, i quali, di conseguenza, devono essere dichiarati e tassati.
Cosa dicono le piattaforme e come si calcola
Le stesse piattaforme, del resto, forniscono indicazioni chiare ai propri utenti, cercando di delimitare il perimetro delle proprie responsabilità. eBay, ad esempio, sulla sua pagina internet precisa che l'importo totale del corrispettivo, il quale costituisce la base potenziale per un eventuale calcolo fiscale, equivale alla somma ricevuta per le transazioni di vendita, includendo in questo ammontare anche le spese di spedizione e le eventuali imposte riscosse, mentre esclude le tariffe applicate dal sito stesso e gli importi relativi a ordini annullati. Una definizione che, se da un lato chiarisce la composizione del ricavo, dall'altro sottolinea implicitamente che esiste un momento in cui quel ricavo, se supera una certa soglia di sistematicità, cessa di essere un episodio marginale e si trasforma in un'attività economica a tutti gli effetti.
L'attenzione crescente dell'Agenzia delle Entrate
Proprio la facilità con cui è possibile compiere numerose transazioni ha attirato l'attenzione degli organi di controllo, i quali hanno iniziato a scrutare con maggiore interesse questi flussi commerciali, individuando in essi un potenziale veicolo per elusioni fiscali. Alcuni "furbetti", come vengono definiti, celano infatti delle vere e proprie imprese commerciali dietro a profili che dovrebbero essere di privati, sfruttando la percezione comune che il mercato dell'usato sia una zona franca. Non si tratta, è bene ribadirlo, di un controllo sulla singola vendita di un maglione, ma sulla reiterazione di atti di compravendita che, considerati nel loro insieme, rivelano un'organizzazione e una continuità tipiche di un'attività professionale, la quale, in quanto tale, non può sottrarsi al dovere di contribuire alle casse pubbliche.




