L'Aquila, processo per terrorismo: condanna a cinque anni e mezzo per Anan Yaeesh, assolti gli altri due palestinesi
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Redazione Interno
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La Corte d’Assise dell’Aquila, dopo una camera di consiglio protrattasi per circa sei ore, ha emesso il verdetto nel processo per associazione con finalità di terrorismo, che vedeva imputati tre cittadini palestinesi. Il presidente del collegio giudicante, Giuseppe Romano Gargarella, coadiuvato dalla giudice a latere Monica Croci e dai sei giudici popolari, ha condannato Anan Yaeesh alla pena di cinque anni e sei mesi di reclusione, mentre ha assolto "per non aver commesso il fatto" gli altri due imputati, Ali Saji Ribhi Irar e Mansour Doghmosh. La sentenza, la cui lettura ha definito un'attesa altrimenti tranquilla, è stata accolta da una parte del pubblico presente in aula con esclamazioni di protesta, trasformando il momento conclusivo del dibattimento in uno scenario di tensione immediata.
Il dispositivo letto in un'aula divisa
La fase conclusiva del processo, caratterizzata da una certa compostezza fino all'ultimo istante, ha visto la partecipazione degli imputati in due modalità distinte. Anan Yaeesh, il quale si trova attualmente detenuto nel carcere di Melfi, ha potuto seguire la lettura del dispositivo soltanto attraverso un collegamento audiovisivo, una circostanza che ha sottolineato la sua condizione di recluso già durante l’iter processuale. I suoi due connazionali, Ali Irar e Mansour Doghmosh, invece, hanno ascoltato l'esito delle lunghe deliberazioni direttamente in aula, potendo così apprendere in prima persona la decisione dei giudici che li riguardava, un verdetto che per loro si è risolto in una piena assoluzione.
Le reazioni immediate dopo la lettura
Appena le parole del presidente Gargarella hanno reso noto l'esito, dichiarando colpevole uno solo dei tre imputati, l'atmosfera in aula è cambiata radicalmente. Un gruppo di sostenitori, che da tempo segue le fasi del procedimento con attenzione, ha espresso il proprio dissenso in modo plateale, riempiendo la sala di grida. Gli slogan, alcuni dei quali hanno definito la sentenza una "vergogna" mentre altri inneggiavano alla libertà della Palestina, hanno creato un momento di forte contrapposizione, seppur circoscritto, che ha marcato la fine dell'udienza. Questa reazione, per quanto intensa, non ha alterato il corso formale delle procedure, ma ha evidenziato il clima emotivo che spesso circonda processi di questa natura.
Il quadro delle accuse e l'iter giudiziario
Le accuse rivolte ai tre uomini vertevano sull'ipotesi di una pianificazione di attentati, un'attività che secondo l'accusa sarebbe stata organizzata dal territorio italiano, con possibili obiettivi sia nel nostro Paese che in Cisgiordania. Il procedimento, che si è svolto in Corte d’Assise in quanto competente per i reati di terrorismo, ha dunque esaminato prove e testimonianze per stabilire il grado di coinvolgimento di ciascuno. La sentenza, con la sua articolazione che distingue nettamente la posizione di Yaeesh da quella dei due coimputati, delinea un quadro giudiziario complesso, dove le responsabilità individuali sono state valutate con attenzione dal collegio, portando a un esito differenziato che ora apre alla fase dell’applicazione della pena per il condannato.




