Rebecca Passler non convocata per la staffetta, il sogno olimpico si infrange dopo la riammissione
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Redazione Sport
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Il caso di Rebecca Passler, la giovane biatleta di Anterselva riammessa ai Giochi dopo una positiva al letrozolo rivelatasi una contaminazione involontaria, vive un nuovo, amaro capitolo. La Federazione ha ufficializzato le formazioni per la staffetta 4x6 chilometri, e il nome della ventiquattrenne altoatesina non figura nell'elenco delle convocate, nonostante il ricorso vinto e il reintegro nel gruppo azzurro. Al suo posto, a difendere i colori italiani sulla neve di casa, ci saranno Hannah Auchentaller, Dorothea Wierer, Michela Carrara e Lisa Vittozzi, quest'ultima reduce dal trionfo olimpico nell'inseguimento. Una doccia fredda per l'atleta, che dopo una settimana di calvario giudiziario e personale aveva sperato fino all'ultimo di potersi giocare una chance nella prova a squadre.
Il nodo tecnico e i retroscena di una scelta discussa
La motivazione ufficiale addotta dallo staff tecnico, guidato dal direttore Klaus Hoellrigl, risiede nella condizione atletica precaria dell'azzurra. La sospensione, durata quasi due settimane, le ha di fatto impedito di sostenere un carico di lavoro regolare proprio nella fase cruciale di avvicinamento all'evento. “Non si è potuta allenare”, avrebbe spiegato il commissario tecnico, sottolineando la necessità di verificare le sue condizioni psicofisiche dopo i giorni di tensione. Un ragionamento che, se letto in chiave strettamente tecnica, regge: gettare un'atleta in una competizione olimpica dopo giorni di stop forzato e senza aver potuto testare i poligoni e i ritmi di gara rappresenta un azzardo. Passler, che nel frattempo si era riaggregata al gruppo lunedì tornando a calcare la neve di Anterselva, ha potuto svolgere solo poche ore di allenamento, un lasso di tempo evidentemente ritenuto insufficiente dai tecnici per garantirle un posto in squadra.
Il peso della positività e la scoperta del dramma familiare
La vicenda che ha travolto la Passler ha dell'incredibile e affonda le radici in una tragedia familiare. La positività al letrozolo, riscontrata in un controllo fuori competizione il 26 gennaio, l'aveva inizialmente esclusa dai Giochi. Nel tentativo di dimostrare la propria innocenza e la natura involontaria della contaminazione, l'atleta ha dovuto ricostruire le proprie giornate, scoprendo così che la madre, Herlinde Kargruber, è affetta da un carcinoma mammario e assume proprio quel farmaco come parte della terapia. La madre, per non turbare la figlia alla vigilia dell'appuntamento più importante della carriera, le aveva taciuto la malattia. La contaminazione sarebbe avvenuta per via domestica, probabilmente condividendo un cucchiaio per la Nutella, senza che Rebecca fosse minimamente a conoscenza del pericolo. Una quantità infinitesimale della sostanza, 1,1 nanogrammi per millilitro, è stata rilevata nelle urine, un dato che ha contribuito a far propendere i giudici del Tribunale Nazionale Antidoping per la tesi della contaminazione involontaria, accogliendo il ricorso e riammettendola in extremis in squadra.
La scelta della federazione e il confronto con il passato
Dietro la decisione di escluderla dalla staffetta, tuttavia, non sembra esserci solo la variabile tecnica. Fonti vicine all'ambiente parlano di una scelta ponderata anche per evitare potenziali attriti con il Comitato Olimpico Internazionale e con le istituzioni sportive internazionali, che avevano accolto con qualche perplessità l'assoluzione lampo dell'azzurra. La situazione della Passler presenta analogie con il caso di Sara Errani, ma con una differenza sostanziale: la tennista era a conoscenza della malattia della madre e della presenza del farmaco in casa, configurando un'ipotesi di omessa vigilanza. Rebecca, invece, è stata ritenuta totalmente ignara, e questo ha fatto pendere la bilancia dalla sua parte. Ciononostante, il procedimento non è archiviato: la Procura Nazionale Antidoping potrebbe ancora chiedere il deferimento, e un'eventuale squalifica, anche solo sospesa, getterebbe un'ombra su una medaglia vinta in staffetta. Un rischio che la Federazione, in accordo con il direttore tecnico, ha probabilmente preferito non correre, sacrificando il sogno di una ragazza che, dopo aver scoperto il dramma della madre e aver lottato per vedere riconosciuta la propria buona fede, si vede ora negare anche la consolazione di varcare la linea di partenza.




