Mps, il cda scarica l’ad Lovaglio: in corsa per la successione Palermo, Passera e Vivaldi
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Redazione Economia
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Il risiko si è concluso con un verdetto che, per quanto ampiamente ventilato nelle ultime settimane, conserva intatto il suo peso specifico in termini di discontinuità strategica. Il consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, riunitosi nel pomeriggio di mercoledì per una seduta che si è protratta fino a sera, ha dato il via libera alla lista di venti candidati che verrà sottoposta all’assemblea dei soci convocata per il prossimo 15 aprile. E nella lista, come anticipato da più parti e confermato al termine della riunione, il nome dell’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio non compare. Una esclusione che sa di vera e propria defenestrazione, considerando che l’istituto guidato dal manager lucano ha archiviato un triennio di risultati positivi, tornando all’utile e distribuendo dividendi dopo anni di passato travaglio.
La decisione, maturata in seno al comitato nomine e poi ratificata dal cda con undici voti favorevoli su tredici, porta la chiara firma dei nuovi equilibri azionari che si sono consolidati attorno al capitale di Rocca Salimbeni. A mancare all’appello, oltre al voto dello stesso Lovaglio, è stato quello di Alessandra Barzaghi, mentre la consigliera Barbara Tadolini, espressione del socio Delfin, non avrebbe partecipato alla riunione, facendo intendere in questo modo il proprio dissenso per una scelta che modifica i presupposti industriali sui quali era stato impostato il piano. Al centro delle tensioni, ormai da mesi, il diverso modo di interpretare il futuro della banca dopo l’acquisizione della partecipazione in Mediobanca: da una parte Lovaglio, sostenitore di una integrazione rapida e funzionale alla creazione di un polo, dall’altra il secondo azionista Francesco Gaetano Caltagirone, che avrebbe invece preferito procedere con maggior cautela, preservando l’autonomia di Piazzetta Cuccia.
A pesare come un macigno, inevitabilmente, è anche il fascicolo d’inchiesta aperto dalla procura di Milano. L’ipotesi di un presunto concerto tra Lovaglio, lo stesso Caltagirone e Francesco Milleri, presidente di Delfin, in relazione alla scalata ai vertici della banca d’affari, ha fornito un argomento supplementare a chi, all’interno del board, riteneva la posizione del ceo non più sostenibile alla luce dei profili reputazionali e dei potenziali rischi legali connessi all’indagine. Il comitato nomine, presieduto da Domenico Lombardi, avrebbe acquisito pareri legali che sconsigliavano la riconferma, motivazione che si è aggiunta alle frizioni personali e strategiche tra il manager e il socio Caltagirone, rendendo di fatto impossibile una ricomposizione interna.
I papabili per la poltrona di amministratore delegato
Se la presidenza, come anticipato da fonti vicine al dossier, dovrebbe essere confermata a Nicola Maione, la partita per la successione al vertice operativo resta aperta su tre nomi di peso specifico assoluto. Il favorito, stando agli umori che circolano negli ambienti finanziari, sarebbe Fabrizio Palermo, attuale amministratore delegato di Acea e con un passato da numero uno di Cassa Depositi e Prestiti: un profilo, il suo, che gode della piena fiducia del costruttore-editore romano e che rappresenterebbe una garanzia in termini di dialogo con i soci forti e con le istituzioni. Accanto a lui, nella rosa dei candidati spicca il nome di Corrado Passera, banchiere di lunga esperienza, già alla guida di Intesa Sanpaolo e Poste Italiane, nonché fondatore di Illimity, la cui parabola discendente si è conclusa con l’acquisizione da parte di Banca Ifis. C’è poi Carlo Vivaldi, manager proveniente da una lunga gavetta in UniCredit, dove ha ricoperto ruoli di primo piano nella gestione delle attività nell’Est Europa.
La lista approvata dal cda rappresenta soltanto il primo atto formale di una partita che si giocherà tutta in assemblea. Saranno i soci, chiamati a esprimersi con il voto di lista previsto dalle nuove regole della Legge Capitali, a determinare la composizione effettiva del nuovo board e, di riflesso, l’assegnazione delle deleghe operative. L’esito, in ogni caso, segna una netta battuta d’arresto per la gestione Lovaglio, il manager che aveva guidato la banca fuori dalle secche della crisi e che ora si trova ai margini del progetto che lui stesso aveva contribuito a rilanciare.




