Dal New Green Deal al New War Deal, possibile un Natale di pace?
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Redazione Esteri
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Perché i mercati finanziari continuano a registrare performance a doppia cifra negli Stati Uniti e in Europa, nonostante quasi tre anni di guerra in Ucraina, una durata che si avvicina a quelle della prima e della seconda guerra mondiale? E nonostante una crescita stentata nella Ue, circa un terzo di quella americana? La risposta, fornita inconsapevolmente dalla Commissione di Ursula von der Leyen, è che la guerra è ormai un business fiorente e noi stessi la finanziamo, più di tanti altri settori. L’Europa, debole davanti alla guerra, deve ritrovare la voce che la portò a unirsi.
La guerra diffusa che abbiamo sotto gli occhi è diversa. Non somiglia allo schema classico che l’esperienza ci ha consegnato e che riteniamo di conoscere da secoli. Almeno, è diversa dal conflitto che esplode storicamente fra due o più Stati che non sono stati capaci di trovare una composizione agli interessi opposti, e quindi hanno perseguito l’obiettivo altrimenti non raggiungibile attraverso il tentativo di distruzione dell’altro.
Esistono attività umane in cui entrambe le parti possono vincere. La guerra non vi rientra. Questa guerra o la vince l’Ucraina o la vince la Russia. L’ex ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba dice senza mezzi termini che se l’andamento attuale non cambia, «noi perderemo questa guerra». Sia chiaro, è ancora evitabile. Supponiamo che l’Occidente assuma a favore dei quattro quinti di territorio ucraino una posizione di forza tale da costringere la Russia a negoziare.
L’impossibilità di vincere in Ucraina riporta l’Occidente alla realtà dei fatti. La guerra non mente. Le bugie, l’impostura appartengono a coloro che la provocano, che la combattono e la alimentano, a coloro che la sfruttano a colpi di propaganda per lucrare astratta gloria e tangibili vantaggi. La guerra non bara perché è composta di fatti e quelli, prima o poi, impongono la loro spietata realtà.




