Il mercato del lavoro si spacca: licenziamenti a valanga negli Usa per l’AI e profili introvabili in Italia
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Redazione Economia
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L’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro, una volta argomento da convegni e scenari futuribili, si è materializzato in cifre e strategie aziendali con una brutalità inedita. Oltreoceano, dove l’adozione di queste tecnologie procede a ritmo serrato, il 2025 ha segnato una svolta epocale: i licenziamenti nel settore tech hanno superato quota un milione nei primi dieci mesi dell’anno, un dato che, secondo il rapporto di Challenger, Gray & Christmas, rappresenta un’impennata del 44% rispetto all’intero 2024 -1-8. Ottobre, in particolare, è stato il mese nero con oltre 153mila tagli, un balzo del 183% rispetto a settembre, e il comparto tecnologico ne ha assorbiti più di 33mila -1-8. Non si tratta di una semplice flessione ciclica, ma di una riorganizzazione profonda: colossi come Amazon hanno eliminato circa 14mila posizioni Corporate, per lo più ruoli d’ufficio e gestionali, con l’obiettivo dichiarato di snellire la burocrazia e diventare “la startup più grande del mondo”, convogliando risorse verso l’intelligenza artificiale generativa e i servizi cloud -5. Nello stesso solco si muovono Microsoft, che ha tagliato oltre 15mila dipendenti dall’annuncio del suo maxi-investimento da 80 miliardi nell’AI, e Meta, che ha ridotto circa 600 posizioni proprio all’interno della sua divisione dedicata all’intelligenza artificiale, lamentando un’eccessiva lentezza decisionale causata dalla burocrazia interna -3-4-10. HP, dal canto suo, ha previsto dai 4mila ai 6mila esuberi entro il 2028 per puntare tutto sull’automazione, con l’amministratore delegato Enrique Lores che parla di riprogettazione dei processi per massimizzare l’efficacia delle nuove tecnologie -2-9. Quello che emerge, al di là dei numeri, è una chiara direzione: si riduce dove il lavoro è ripetitivo o di pura gestione, si investe dove serve progettare, implementare e governare l’intelligenza artificiale.
Se negli Stati Uniti la parola d’ordine è taglio, in Italia il problema si manifesta in una cronica difficoltà di reperimento delle figure specialistiche, proprio quelle che altrove vengono inseguite. A fotografare il paradosso è il documento “Verso l’Osservatorio sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro”, pubblicato dal Ministero del Lavoro il 19 febbraio 2026, che incrocia i dati con le più recenti analisi di Unioncamere. Mentre le imprese italiane cercano di colmare il gap digitale, emerge un mismatch preoccupante: nel 2025, le aziende alla ricerca di competenze legate alla comunicazione visiva e multimediale hanno faticato a reperire matematici, statistici e analisti dei dati in otto casi su dieci (80,2%), una percentuale che sale all’81,7% se si considerano le competenze specifiche nell’utilizzo di metodi matematici e informatici -6. Subito dopo, sul podio dei profili più introvabili, si piazzano i progettisti e amministratori di sistemi, con percentuali di difficoltà che oscillano tra il 78,8% e il 79,7%, e gli ingegneri dell’informazione, con un tasso di reperibilità difficoltosa che sfiora il 75% e il 79,4% a seconda delle skill richieste -6. Sono questi i guardiani e i costruttori dell’infrastruttura digitale su cui l’intera economia dell’AI si regge, e la loro scarsità rappresenta un freno strutturale.
Il quadro che ne deriva è quello di un mercato del lavoro sempre più polarizzato. Da un lato, i big del tech, con a capo aziende come Amazon e Microsoft, procedono a una sostituzione sistematica di figure intermedie e amministrative con sistemi automatizzati, come dimostrano anche i tagli nella divisione Risk Management di Meta, dove alcuni ruoli sono stati eliminati a seguito dell’introduzione di nuove procedure automatizzate che hanno reso superflua la revisione manuale -3. Dall’altro lato, la domanda si concentra su specialisti di altissimo profilo, capaci di sviluppare, manutenere e innovare proprio quei sistemi che stanno erodendo altre posizioni lavorative. Si tratta di una transizione complessa, che le stime della Banca d’Italia suggeriscono essere particolarmente rischiosa per un bacino di quasi 5 milioni di lavoratori italiani altamente esposti al rischio di sostituzione, un dato che smonta la presunta immunità dei “colletti bianchi” o dei laureati, visto che un terzo di questi lavoratori a rischio possiede un Titolo di studio elevato -1.




