L’Aifa approva la rimborsabilità di olaparib, primo farmaco target per il tumore al pancreas con mutazione Brca
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Redazione Salute
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Nelle ultime settimane il dibattito pubblico intorno al tumore al pancreas si è acceso, complice l’eco mediatica suscitata dall’annuncio del ricercatore spagnolo Mariano Barbacid e dal sostegno economico offerto dall’attore Antonio Banderas alla sua fondazione; un entusiasmo che guarda ai possibili sviluppi futuri della ricerca di base -6-9. In una dimensione ben più concreta e immediata, però, è datato 10 febbraio il passo avanti che ridefinisce l’accessibilità alle cure nel nostro Paese: l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha infatti ufficializzato l’approvazione alla rimborsabilità di olaparib, un farmaco che appartiene alla classe dei Parp inibitori, destinato a una specifica sottopopolazione di pazienti affetti da adenocarcinoma pancreatico metastatico -4. Il provvedimento, che segue un iter iniziato con una precedente valutazione negativa nel 2022, si fonda ora su un quadro di evidenze cliniche arricchitosi negli ultimi mesi, e permetterà al Servizio sanitario nazionale di farsi carico dell’intero costo della terapia per coloro che soddisfano i criteri stabiliti.
La platea dei potenziali beneficiari, seppur circoscritta, è individuata con precisione dalla determina dell’Aifa. Possono accedere al trattamento di mantenimento con olaparib i pazienti con adenocarcinoma metastatico del pancreas che presentano mutazioni germinali – cioè ereditarie e presenti in tutte le cellule dell’organismo – dei geni Brca1 o Brca2, e che, dopo un primo ciclo di chemioterapia con derivati del platino protratto per almeno sedici settimane, non abbiano mostrato una progressione della malattia -4. Si tratta, in sostanza, di consolidare il risultato ottenuto dalla chemioterapia d’attacco, prolungando il più possibile il controllo della neoplasia. I numeri, in Italia, parlano di circa 13.500 nuove diagnosi annue di tumore del pancreas, e si stima che la mutazione dei geni Brca interessi all’incirca il 7% di questi casi -4. Un contingente non maggioritario, certo, ma per la prima volta selezionabile sulla base di un bersaglio molecolare.
A sostenere la decisione dell’agenzia regolatoria sono stati, oltre ai dati storici dello studio internazionale di fase 3 chiamato Polo, i risultati emersi da un’analisi indipendente condotta nel "mondo reale" su ventitré centri oncologici italiani. Questa ricerca, pubblicata su ‘Cancer Medicine’ e coordinata da Michele Milella dell’università di Verona, ha preso in esame centoquattordici pazienti con la mutazione, cinquantatré dei quali avevano ricevuto olaparib in vari momenti della loro storia clinica grazie a canali di accesso alternativi come il fondo Aifa 5% o programmi di uso nominale -1-8. I dati raccolti hanno evidenziato che l’esposizione al farmaco, in qualsiasi linea di trattamento, si associava a una riduzione del rischio di morte del 43%, confermando nella pratica clinica quotidiana quanto osservato nella sperimentazione controllata -4.
Le fondamenta di questa nuova opportunità terapeutica poggiano sullo studio Polo, i cui risultati erano già noti alla comunità scientifica dal 2019. In quel trial, i pazienti trattati con olaparib avevano quasi raddoppiato la sopravvivenza libera da progressione – sette mesi e mezzo contro i 3,8 del placebo – e il 33,9% di loro era vivo a tre anni, rispetto al 17,8% del gruppo di controllo -4. Se la significatività statistica sulla sopravvivenza globale non era stata raggiunta nell’analisi primaria, gli esperti lo attribuiscono al fatto che circa un terzo dei pazienti del gruppo placebo aveva poi ricevuto il farmaco in fasi successive, "diluendo" di fatto la differenza -8. Il professor Michele Reni, dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, sottolinea come l’approvazione segni un cambio di paradigma: per la prima volta, anche in questa neoplasia, la scelta terapeutica si sposta dalla mera istologia al profilo genetico del tumore, aprendo una strada già percorsa con successo per i carcinomi di ovaio, mammella e prostata -4.
Parallelamente alla decisione dell’Aifa, e quasi a simboleggiare due fronti distinti ma complementari della lotta al cancro, si è levata alta la voce di Antonio Banderas. L’attore spagnolo ha annunciato sui suoi canali social che la Fundación Lágrimas y Favores, da lui presieduta, contribuirà economicamente al progetto di ricerca guidato da Mariano Barbacid presso il Centro nazionale spagnolo per la ricerca sul cancro (Cnio) -6. Barbacid, figura leggendaria della biochimica molecolare per aver isolato il primo oncogene umano nel 1982, ha recentemente reso noti i risultati di uno studio preclinico su modello murino in cui una combinazione di tre farmaci è riuscita a eradicare completamente l’adenocarcinoma duttale pancreatico, la forma più comune e aggressiva, senza che si sviluppassero resistenze -9. La raccolta fondi, partita da una petizione popolare, ha già superato i tre milioni di euro, una cifra che, seppur considerevole, rappresenta solo un primo passo verso i trenta milioni che Barbacid stima necessari per avviare la sperimentazione clinica sull’uomo, un percorso che richiederà ancora anni -6.




