L’Aifa rimborsa olaparib per il tumore del pancreas, ma solo per i pazienti con la mutazione Brca
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Redazione Salute
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La mutazione dei geni Brca, quella che molti hanno imparato a conoscere per il legame con i tumori ereditari della mammella e dell’ovaio, torna al centro di una svolta terapeutica. L’Agenzia Italiana del Farmaco ha infatti ufficialmente approvato la rimborsabilità di olaparib, un inibitore di Parp già utilizzato in altre neoplasie, come terapia di mantenimento per l’adenocarcinoma pancreatico metastatico. La decisione, tuttavia, non riguarda la totalità dei pazienti colpiti da questa forma tumorale tra le più aggressive – basti pensare che la sopravvivenza a cinque anni si attesta ancora sotto il 10 per cento – ma si rivolge esclusivamente a quel sottogruppo, stimato intorno al 7 per cento dei casi, che presenta mutazioni germinali dei geni Brca1 o Brca2 -1-6.
Il meccanismo d’azione del farmaco, e questa è una particolarità che merita di essere compresa, sfrutta proprio quella che per decenni è stata considerata una condanna biologica. I geni Brca, in condizioni normali, presiedono alla riparazione del Dna; quando sono mutati, la cellula tumorale accumula errori genetici ma diviene paradossalmente vulnerabile a molecole come olaparib, che inibiscono un’altra via di riparazione, quella mediata dalle proteine Parp. Il risultato è un danno genomico insostenibile per la cellula malata, che va incontro a morte -1. Non è un caso, del resto, che lo studio cardine da cui prende le mosse questa approvazione, il trial internazionale di fase 3 denominato Polo, abbia selezionato pazienti già trattati con chemioterapia a base di platino per almeno sedici settimane e la cui malattia non avesse mostrato progressione: il platino produce ferite nel Dna, e la successiva somministrazione di olaparib impedisce alla cellula di rimarginarsi -6. Una strategia sequenziale, insomma, che ha mostrato di saper raddoppiare la sopravvivenza libera da progressione, portandola a 7,4 mesi contro i 3,8 del placebo -1-7.
I numeri dello studio Polo e il valore del test genetico
L’analisi dei dati, pubblicata sul New England Journal of Medicine e presentata al congresso dell’American Society of Clinical Oncology, aveva suscitato un certo scetticismo iniziale, soprattutto negli Stati Uniti, dove la Food and Drug Administration concesse l’approvazione con un voto favorevole assai risicato -7. Il nodo, all’epoca, riguardava l’assenza di un beneficio chiaro in termini di sopravvivenza globale: i pazienti trattati con olaparib vivevano in media 19 mesi, esattamente come quelli del gruppo di controllo -3. Eppure, e qui sta il punto che ha convinto le agenzie regolatorie, l’asticella del 47 per cento di riduzione del rischio di progressione non è l’unico elemento da mettere sul piatto della bilancia. A distanza di due anni, il 22,1 per cento dei pazienti in terapia con olaparib non aveva ancora manifestato una ripresa di malattia, contro appena il 9,6 per cento del braccio placebo; e la percentuale di soggetti ancora in vita a tre anni era quasi doppia nel gruppo trattato -1-3.
Ne consegue, ed è questo il passaggio cruciale recepito dall’Aifa, che l’efficacia del farmaco non si esaurisce nella mera estensione della vita media, ma nella capacità di produrre una quota non trascurabile di responder a lungo termine, quei malati per i quali la malattia smette di correre e si adagia in una fase di cronicità controllata. È chiaro, allora, che l’approvazione condizionata alla presenza della mutazione Brca impone un cambio di passo nella pratica clinica quotidiana. La comunità scientifica internazionale, attraverso linee guida ormai consolidate, raccomanda da tempo di sottoporre tutti i pazienti con adenocarcinoma del pancreas a test genetici per l’individuazione di sindromi ereditarie -6. Farlo significa intercettare quella minoranza del 7 per cento, forse cinquecento persone ogni anno in Italia, che oggi può accedere a un trattamento altrimenti inefficace -1.
La qualità della vita e i nuovi orizzonti di ricerca
Un aspetto che spesso sfugge al dibattito sulla rimborsabilità riguarda la tollerabilità del trattamento e il suo impatto sulla quotidianità dei pazienti. Gli studi pubblicati, comprese le analisi post-hoc dello studio Polo, hanno documentato come olaparib non deteriori la qualità di vita correlata alla salute, un dato tutt’altro che scontato quando si maneggiano farmaci oncologici -9. È vero, circa il 40 per cento dei soggetti ha manifestato eventi avversi di grado moderato-severo e una piccola frazione ha dovuto interrompere la terapia, ma la percezione soggettiva del proprio stato di salute non si discostava significativamente da quella dei pazienti trattati con placebo -1-9. Il tempo libero da sintomi di malattia e da tossicità, misurato attraverso parametri compositi, è risultato più che raddoppiato: quattordici mesi e mezzo contro sette -9.
Parallelamente, la ricerca sta esplorando territori adiacenti. Negli Stati Uniti, sotto l’egida del National Cancer Institute, è in corso lo studio S2001 che confronta olaparib in monoterapia con la combinazione olaparib-pembrolizumab, un immunoterapico, nella speranza di aumentare ulteriormente la percentuale di risposte durature -8. I presupposti biologici esistono: i Parp inibitori rendono il tumore più visibile al sistema immunitario, ma i risultati preliminari, come emerso anche all’ultimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology sui tumori gastrointestinali, non hanno ancora dimostrato un vantaggio netto rispetto alla singola molecola -5.
La posologia e i criteri stringenti per l’accesso
La rimborsabilità concessa dall’Aifa non è, va detto, una carta bianca. I pazienti candidabili devono soddisfare parametri ben precisi: adenocarcinoma pancreatico metastatico confermato, presenza di mutazione germinale patogenetica di Brca1 o Brca2, assenza di progressione radiologica dopo almeno quattro mesi di chemioterapia di prima linea con derivati del platino, e un performance status che garantisca una sufficiente autonomia -6-8. Il farmaco si assume per via orale, due volte al giorno, e prosegue fino a quando la malattia non riprende la sua corsa o gli effetti collaterali non ne impongano la sospensione.
Si tratta, in definitiva, dell’ingresso della medicina di precisione in un tumore che per decenni ha opposto un muro di gomma a qualsiasi tentativo terapeutico. Un passo avanti limitato a una nicchia, certo, ma che costringe a riconsiderare l’approccio diagnostico fin dal momento della diagnosi. Perché se è vero che solo un malato su quindici porta quella specifica alterazione genetica, è altrettanto vero che senza un test mirato quel malato rimarrà per sempre invisibile.




