Nino Benvenuti, il pugile che fermò l’Italia, se ne va a 87 anni
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Redazione Sport
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Quando il Paese si bloccava per seguire i suoi match, quando la radio portava la sua voce e i suoi colpi in ogni casa, Nino Benvenuti era già più di un campione: era un simbolo. Morto a 87 anni, lascia un vuoto che va oltre lo sport, perché la sua carriera – costellata di trionfi e momenti indimenticabili – ha segnato un’epoca in cui il pugilato era ancora capace di unire un’intera nazione.
I funerali si terranno giovedì 22 maggio nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo, a Roma, officiati da Monsignor Antonio Staglianò. Un addio degno di un mito, che ha scritto pagine di storia non solo sul ring, ma nell’immaginario collettivo. A Terni, dove conquistò il terzo titolo italiano dilettanti al Teatro Verdi, il cordoglio è particolarmente sentito, perché il legame con la città umbra fu sempre speciale, radicato in una delle tappe fondamentali della sua ascesa.
Benvenuti, soprannominato semplicemente "Nino" come se non avesse bisogno di altro, era un atleta completo, in cui forma e sostanza si fondevano senza soluzione di continuità. La sua grandezza, però, non si misura solo nei titoli vinti – dalla medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma 1960 ai trionfi nei professionisti – ma nella capacità di trascendere la disciplina stessa. Quella notte del 17 aprile 1967 al Madison Square Garden di New York, quando strappò il titolo mondiale dei pesi medi a Emile Griffith in un incontro passato alla storia, 17 milioni di italiani restarono incollati alla radiocronaca di Paolo Valenti. Un’epopea che lo consacrò definitivamente, trasformandolo in un’icona senza tempo.




