Il boomerang del decreto Primo maggio: sindacati uniti, governo spiazzato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Primo maggio che vai, decreto Lavoro che trovi. Ormai è diventata una consuetudine consolidata: da quattro anni a questa parte, a ridosso della Festa dei lavoratori, l’esecutivo vara un provvedimento d’urgenza con l’ambizione dichiarata – o presunta tale – di incidere sul mercato del lavoro, ma con l’effetto, non certamente involontario, di oscurare il dibattito sindacale e sottrarre centralità alle piazze. Una strategia comunicativa prima ancora che politica, che però quest’anno ha prodotto un clamoroso effetto boomerang, restituendo un fronte sindacale unito che sembrava ormai frammentato. A lanciare l’allarme, a pochi giorni dalla scadenza della delega sulla contrattazione, sono gli stessi protagonisti della trattativa, mentre il governo cerca di limare le bozze di un testo che rischia di infiammare ulteriormente il confronto sociale.

L’autogol della maggioranza e il ritorno della triplice

Il tentativo di procedere con la riforma della contrattazione collettiva – passando dal criterio della rappresentatività a quello dei contratti “maggiormente applicati” – ha avuto il merito involontario di ricucire lo strappo tra Cgil, Cisl e Uil. Fino a pochi mesi fa, i tre sindacati viaggiavano su binari distinti, con la Cisl e la Uil spesso più dialoganti rispetto a una Cgil giudicata più intransigente. Oggi, invece, i segretari generali si presentano compatti al tavolo di Villa Miani, lanciando un monito chiaro al sottosegretario Claudio Durigon: fermatevi e ascoltateci. Il nodo politico, come sottolineato da Pierpaolo Bombardieri della Uil, è capire se esista davvero la volontà di garantire un salario dignitoso, perché la presenza dei cosiddetti “contratti pirata” ha determinato l’impoverimento di interi settori produttivi.

Le crepe nel fronte datoriale e la critica alla frammentarietà

Non solo i sindacati, però. A complicare la vita a Palazzo Chigi ci ha pensato anche il mondo delle imprese. Confcommercio e Confindustria, attraverso i loro vertici, hanno espresso una netta contrarietà all’idea di un intervento calato dall’alto che rischierebbe di legittimare accordi al ribasso. Ma non è solo una questione di metodo. Nel merito, critiche arrivano anche da esponenti della stessa maggioranza, come il sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, che pur riconoscendo l’utilità di alcune misure – dal lavoro dei rider alla proroga del bonus Zes – denuncia l’assenza di una visione strutturale. “Interventi utili ma frammentati” – avverte – “senza un serio attacco a tasse e burocrazia, si rischia di perdere l’ennesima occasione per creare nuovo reddito, limitandosi a gestire la paura della trasformazione”.

Le misure in campo: dal salario giusto ai bonus

Nonostante le polemiche, il Ministero del Lavoro guidato da Marina Calderone procede spedito nella scrittura del provvedimento. Nella nota diffusa da via Flavia si legge che il decreto conterrà una norma sul “salario giusto”, insieme a misure per la sicurezza sul lavoro e l’estensione delle tutele per i rider. Tra le ipotesi più concrete al vaglio del governo c’è la stabilizzazione del taglio del cuneo fiscale, interventi mirati per le donne e i giovani sotto i 35 anni, nonché la proroga di otto mesi del bonus Zes unico per il Mezzogiorno, in scadenza il prossimo 30 aprile. L’obiettivo dichiarato è rispondere alle esigenze di un mercato del lavoro messo sotto stress dalla crisi internazionale, ma l’assenza di un confronto preventivo con le parti sociali continua a far storcere il naso ai diretti interessati.

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