Le borse chiudono in rosso per il caro petrolio, Trump prova la carta della scorta a Hormuz

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La seduta del 4 maggio si è aperta, come spesso accade in questi mesi, sotto il doppio segno dell’incertezza energetica e della pressione geopolitica, con i mercati europei che hanno subito una correzione generalizzata dopo una mattinata di sostanziale attendismo. Se da un lato il tentativo annunciato dall’amministrazione Trump – quello di riaprire con la forza lo Stretto di Hormuz scortando le navi mercantili attraverso il supporto della Marina – ha messo una pezza al crollo delle quotazioni del greggio, dall’altro ha finito per alimentare quelle tensioni che tengono il petrolio stabilmente oltre la soglia dei 100 dollari al barile. Le autorità di Washington e Teheran, va ricordato, si sono scambiate durante il weekend nuove bozze di accordo, ma le posizioni restano distanti: una distanza che i mercati hanno interpretato come un campanello d’allarme, preferendo rifugiarsi nella prudenza piuttosto che scommettere su una rapida distensione dei rapporti nel Golfo Persico. Non a caso, il Brent ha prima accusato il colpo dell’annuncio dell’operazione americana denominata “Project Freedom”, scendendo verso i 106 dollari, per poi risalire vertiginosamente nel corso del pomeriggio e superare i 114 dollari al barile, il tutto mentre le borse europee viravano decisamente al rosso.

La giornata di Piazza Affari tra dazi e mosse di Delfin

Sul listino milanese, dove l’indice Ftse Mib ha ceduto un significativo 1,6% (con Milano che ha chiuso a -1,50%), l’attenzione si è concentrata su alcuni fronti caldi del panorama industriale e finanziario nazionale. Da segnalare, per esempio, il prudente avvio di giganti tecnologici come Stm e Nexi, che hanno tentato una tenuta nonostante il clima di vendite generalizzate; ma il vero fulcro delle contrattazioni è stata l’automotive, con Stellantis, Ferrari e Iveco letteralmente nel mirino delle dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, ormai insediato alla Casa Bianca da oltre un anno e certo non nuovo a queste mosse protezionistiche, ha infatti annunciato l’intenzione di alzare al 25% i dazi su auto e camion importati dall’Unione Europea, una mossa che non ha colto di sorpresa gli analisti ma che ha comunque innescato una raffica di vendite sui titoli del settore. Parallelamente, non è passata inosservata la controffensiva di Leonardo Maria Del Vecchio, il quale ha firmato l’accordo per acquisire le quote dei fratelli Paola e Luca. Un’operazione che, di fatto, gli consente di triplicare la propria partecipazione nella holding di famiglia Delfin portandola al 37,5%, un assestamento patrimoniale di non poco conto visto che Delfin è il principale azionista di Monte dei Paschi di Siena (Mps, tenuta ovviamente d’occhio dagli investitori) e il secondo maggior azionista di Generali.

Il petrolio tiene in scacco l’Asia e l’Europa assente

A livello globale, lo scenario appare frammentato ma accomunato dal filo rosso dell’energia. In Asia, ad attirare l’attenzione è stato l’indice sudcoreano Kospi, che ha messo a segno un rimbalzo del 4% in apertura; una performance, quest’ultima, che spicca ancor di più se confrontata con lo stallo degli scambi in Cina, Giappone e a Londra, bloccati per le rispettive festività nazionali. La strategia degli annunci incrociati tra Usa e Iran sul destino dello stretto – una sorta di braccio di ferro verbale che tiene il mondo con il fiato sospeso – viene dunque interpretata dalle Borse del Vecchio Continente con una prudenza crescente, quasi preventiva. Il rally del petrolio Brent, che viaggia ormai agevolmente sopra i 110 dollari, sta mettendo a dura prova la resilienza degli indici, i quali hanno archiviato la seduta in territorio negativo in modo generalizzato: se Milano ha perso l’1,50%, Francoforte ha ceduto l’1,06% e Parigi ha subito un passivo più pesante, attestandosi all’1,64% di ribasso.

L’equilibrio instabile dello Stretto di Hormuz

Al centro di questa altalena di quotazioni resta, in fin dei conti, la geografia. Lo Stretto di Hormuz, di fatto ancora bloccato o quantomeno reso pericoloso dalle tensioni militari, continua a dettare l’agenda economica globale. Le dichiarazioni rilasciate durante il weekend e le bozze di accordo visionate dagli addetti ai lavori non sono bastate a rasserenare gli animi, anzi: la consapevolezza che le parti siano ancora distanti sui punti chiave della trattativa ha trasformato ogni timido calo del greggio in un’illusione ottica. Il future di luglio, superando quota 114 dollari, ha certificato che per il momento l’oro nero non intende fermarsi, scaricando sulle Borse il peso di questa certezza. Piazza Affari, come detto, non fa eccezione: nel silenzio delle contrattazioni ridotte per i festeggiamenti altrove, il Ftse Mib ha reagito come i suoi omologhi continentali, inchinandosi di fronte all’evidenza che, fino a quando lo stretto resterà un campo di battaglia diplomatico, la parola d’ordine per i listini sarà una sola: prudenza.

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