Pasolini, il cinema come atto di resistenza: a cinquant'anni dalla scomparsa, l'eredità di un linguaggio unico
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nel furoreggiare delle celebrazioni e nella proliferazione di quel "sciocchezzaio pasoliniano" che rischia di appannare la statura dell'intellettuale, il suo cinema, princìpi solidi come travertino, resiste a ogni facile categorizzazione, costituendo un unicum nella storia dello schermo. Egli, unico in Italia, seppe trasformare il cinema d'autore in un fenomeno di box office e le poesie in best seller, marcando a fuoco, con eguale intensità, tanto il sistema dei saperi – dalla filologia al giornalismo, dalla critica al teatro – quanto i meccanismi stessi dell'industria culturale. Il suo sguardo, che non somiglia a nulla di quanto apparve prima e a nulla di quanto è seguito dopo, continua a interrogarci proprio per quella sua radicata, e per molti versi scandalosa, alterità.
Il radicamento a Casarsa e la civiltà contadina
A cinquant'anni dalla morte violenta, il paese di Casarsa della Delizia, originario della madre Susanna Colussi, si è riunito in una partecipata commemorazione presso la sua tomba, luogo simbolo di un legame indissolubile. È qui, infatti, che Pasolini, legatissimo a questo angolo di Friuli, visse e tornava per le vacanze estive; è qui che imparò la lingua friulana, da lui utilizzata in molte opere, e che poté conoscere in profondità quella civiltà contadina che poi esaltò nei suoi scritti. Quella stessa civiltà che, con il suo carico di autenticità e di valori arcaici, egli pose in netta contrapposizione a una società italiana già allora in rapida e, ai suoi occhi, degradante trasformazione sotto i colpi di un capitalismo da lui aspramente criticato.
L'attualità della voce corsara
Il tempo, come un grande scultore, ha emesso una sentenza di chirurgica esattezza: a mezzo secolo di distanza dalla drammatica e oscura notte di Ostia, si può affermare che il Corsaro ha vinto la sua battaglia fratricida sul Narratore e sul Regista. Se Pier Paolo Pasolini parla ancora all'Italia di oggi, se rimane lo scrittore più citato – spesso a sproposito – degli anni Settanta, un motivo evidente c'è: i suoi pamphlet, le sue invettive, i corsari della felice stagione editoriale su testate come il "Corriere della Sera" di Piero Ottone, "L'Espresso" e "Tempo" sono rimasti. Quella sua voce eretica, capace di leggere il presente con lungimiranza scomoda, gli conferisce lo statuto di un'enigma irrisolto e di un'icona potente, persino per coloro che non lo hanno mai letto.
"Una disperata vitalità" in scena
Proprio in questo anniversario, al Teatro del Lido di Ostia, va in scena uno spettacolo che attinge alle radici della sua narrativa. "Una disperata vitalità", liberamente tratta dal primo romanzo "Il sogno di una cosa", scritto fra il 1949 e il 1950 ma pubblicato solo nel 1962, vede Elio Germano e Teho Teardo misurarsi con un'opera che tratteggia le vite di tre ragazzi friulani. Il loro è un viaggio alla ricerca di un riscatto dall'indigenza delle origini campagnole, un percorso segnato dall'emigrazione, dalle lotte politiche e da una finale, e forse amara, integrazione nella società borghese del boom economico, fino a quel morire di lavoro che rappresenta l'epilogo di un sogno infranto.




