L’ombra della Cia sul fronte iraniano: Trump tra annunci e report che ridimensionano l’efficacia dei raid

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La narrazione trionfale che Donald Trump, da ormai oltre un anno tornato alla Casa Bianca, prova a costruire intorno alla propria offensiva contro l’Iran si scontra puntualmente – quasi fosse un copione già scritto – con le valutazioni prudenti, quando non apertamente smentitrici, dei servizi di intelligence americani. Accade per l’ennesima volta con l’operazione Epic Fury, il cui clamore mediatico viene progressivamente eroso da rapporti riservati che ne ridimensionano la portata strategica. Fonti citate dall’agenzia Reuters, per esempio, hanno rivelato che i raid non hanno inferto un danno definitivo ai siti nucleari iraniani: una circostanza, quest’ultima, che lascia aperto uno scenario inquietante, ovvero la possibilità che Teheran possa comunque raggiungere la bomba atomica entro un anno. Un lasso di tempo breve, se si considera la complessità tecnica del programma e la resilienza mostrata finora dal regime degli ayatollah.

Un rapporto del Washington Post e la tenuta iraniana nello Stretto di Hormuz

Più articolata, e politicamente imbarazzante per l’inquilino dello Studio Ovale, è la valutazione diffusa dal Washington Post: un’analisi firmata dalla Cia che delinea un quadro di resistenza ben superiore a quanto auspicato dall’amministrazione. Secondo il documento, consegnato proprio in settimana alla Casa Bianca, l’Iran riuscirebbe a reggere un blocco navale nello Stretto di Hormuz per almeno tre o quattro mesi prima di subire conseguenze economiche insostenibili. Non solo: Teheran avrebbe preservato circa il settanta per cento del proprio arsenale missilistico, senza contare la flotta di droni – questi ultimi molto più facili da assemblare in serie e, nelle operazioni di saturazione dello Stretto, incredibilmente efficaci per paralizzare il traffico petrolifero. Una capacità, quella dei velivoli senza pilota, che l’intelligence considera un moltiplicatore di forza non trascurabile.

La replica di Teheran: «Il nostro arsenale è al 120 per cento»

La risposta del governo iraniano non si è fatta attendere, ed è arrivata con il consueto stile pungente del ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Respingendo punto su punto il rapporto attribuito alla Cia – che parlava di una riduzione delle capacità missilistiche – il capo della diplomazia ha corretto il tiro con una dichiarazione destinata a fare il giro del web: «Il nostro arsenale missilistico e la capacità di lancio non sono al 75 per cento rispetto al 28 febbraio. La cifra corretta è il 120 per cento». Una precisazione, questa, che suona quasi come un’esagerazione retorica, ma che testimonia la volontà di non cedere terreno nella guerra psicologica in corso. Araghchi ha poi approfittato dell’occasione per accusare direttamente Washington di sabotare ogni tentativo di distensione, scrivendo sui propri canali social che «ogni volta che una soluzione diplomatica è sul tavolo, gli Stati Uniti scelgono un’avventura militare irresponsabile».

Sviluppi giudiziari e inchieste: nessuna conclusione, solo fatti

Sul piano delle inchieste giornalistiche, va registrato che le fughe di notizie da fonti di intelligence – mai ufficialmente autorizzate – hanno ormai una cadenza quasi regolare, e che nessuna di esse ha finora portato a provvedimenti disciplinari pubblicamente noti nei confronti dei funzionari coinvolti. Quanto agli aspetti investigativi legati a eventuali episodi di cronaca nera nello Stretto di Hormuz – si fa riferimento ad azioni paramilitari o a incidenti con vittime – non risultano al momento atti processuali aperti o richieste di estradizione formalmente depositate presso tribunali internazionali. Le uniche certezze, per ora, sono i documenti trapelati e le dichiarazioni ufficiali: da una parte un presidente che annuncia successi, dall’altra i suoi stessi apparati di sicurezza che ne mitigano la portata, con Teheran che respinge ogni cifra e moltiplica la propria propaganda.

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