L’oro scivola sotto i 4.600 dollari, il petrolio e i rendimenti Usa frenano la corsa del metallo prezioso
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Redazione Economia
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Non c'è tregua per i metalli preziosi, con l'oro che continua a subire la pressione incrociata esercitata dal caro-energia e dal contestuale rafforzamento del biglietto verde. Nelle ultime sedute, infatti, il valore del lingotto ha subito un decremento dell'1,5%, scendendo stabilmente al di sotto della soglia psicologica dei 4.600 dollari l'oncia – una correzione, questa, che sembra trovare il suo principale combustibile nell’impennata dei future sul petrolio, cresciuti di quasi il 3% nell'arco della sola giornata odierna. Questa dinamica, tipica delle fasi di "risk-off" temperato, sta di fatto innescando un meccanismo di presa di profitto diffuso, soprattutto dopo il rimbalzo piuttosto vivace che il comparto aveva registrato nelle settimane precedenti.
Il Tesoro e il dollaro salgono, l'oro paga il conto
A complicare ulteriormente il quadro per il metallo giallo ci pensano i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi, che oggi segnano un rialzo di oltre 2 punti base sia sui decennali che sui quinquennali; un movimento, se vogliamo, ancora contenuto, ma sufficiente a distogliere liquidità da un asset che, per sua natura, non offre cedole. A ciò si aggiunge il recupero dell'indice del dollaro, che dopo aver toccato minimi relativi nei giorni scorsi (attestandosi poco sopra i 98 punti), è risalito fino a quota 98,55. Per l'oro, che viene scambiato principalmente in dollari, questa rivalutazione della valuta americana rappresenta un ulteriore fattore di debolezza, rendendo il carico dell'acquisto più pesante per gli investitori dotati di altre valute.
In attesa di Powell, il mercato teme una Fed attendista
Lo scenario attuale, caratterizzato da una fase di consolidamento dopo il calo registrato martedì, lascia gli operatori con lo sguardo fisso rivolto verso i commenti di Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve, al termine della prossima riunione. Il consenso generale, come spesso accade in questi frangenti, prevede che l'istituto centrale mantenga i tassi di interesse fermi sui livelli attuali – una pausa di riflessione obbligata – ma sarà il “linguaggio” utilizzato dal presidente a determinare i prossimi movimenti del mercato. Se Powell dovesse suggerire, anche solo marginalmente, che la Fed non intende intervenire se non di fronte a una recessione conclamata e di grandi proporzioni, ciò eserciterebbe una pressione addizionale sui prezzi dell’oro. È un aspetto cruciale, questo, perché gran parte del rally recente del comparto si era basato proprio sulle aspettative – finora implicite – di un pronto intervento della banca centrale a sostegno dei mercati in caso di necessità; un’aspettativa che, nelle more di questo annuncio, potrebbe rivelarsi disattesa.
Prezzi record e brusche inversioni nel 2026
Per comprendere l'entità della correzione in atto, occorre ricordare il contesto da cui si proviene. L'inizio del 2026 si era aperto all'insegna di un rally imponente, con l'oro e soprattutto l'argento che avevano aggiornato ripetutamente i massimi storici. La spinta, in quella fase, arrivava dalle incertezze geopolitiche – con i vari conflitti in corso che alimentavano la domanda di beni rifugio – ma anche dalle attese di una politica monetaria meno restrittiva. Tuttavia, quella corsa si è scontrata con la realtà di uno shock petrolifero; l’impennata del greggio, superando la soglia critica dei 110 dollari, ha infatti rialimentato le aspettative di inflazione persistente, costringendo di fatto la Fed a mantenere un atteggiamento più "hawkish" (ovvero incline al rialzo dei tassi) di quanto molti avessero preventivato. È in questo paradosso – che alcuni analisti hanno ribattezzato "shock petrolifero" – che l'oro è passato dall'essere il rifugio per eccellenza a diventare una delle prime fonti di liquidità a cui attingere per coprire le perdite in altri comparti, subendo un crollo di quasi il 20% dal picco di gennaio prima dell'attuale stabilizzazione.




