Il silenzio di Catanzaro per Anna e i suoi piccoli, quel volo simultaneo che ha riscritto una tragedia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Non c’era vento, quel pomeriggio sul sagrato della basilica dell’Immacolata, eppure qualcosa sembrava oscillare nell’aria come un lamento trattenuto. Erano le bare, quelle di Anna Democrito, 46 anni, e dei suoi due figli, Nicola e Giuseppe (rispettivamente di quattro mesi e quattro anni), ad attirare verso di sé lo sguardo vuoto dei parenti, degli amici, di una città intera che faticava a trovare le parole per accogliere un dolore tanto disarmante. L’arcivescovo Claudio Maniago, officiando il rito funebre, si è trovato di fronte a tre scrigni piccoli e uno più grande, un’immagine che da sola raccontava l’assurdità di quanto accaduto nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, quando una madre ha deciso di annullare il rumore del mondo con un gesto estremo, gettandosi nel vuoto dal terzo piano della propria abitazione in via Zanotti Bianco insieme ai suoi tre bambini.
Quei corpi che sono caduti insieme, un abbraccio mortale che inganna gli occhi degli inquirenti
Per giorni, la narrazione seguita dall’opinione pubblica aveva dipinto l’orrore come un atto sequenziale: la donna che prima lascia andare i figli, uno dopo l’altro, e poi segue loro. Ma la verità, fredda e precisa come solo un referto autoptico sa essere, ha smentito questa ricostruzione quasi letteraria. Gli esami eseguiti dall’équipe di medicina legale dell’Università di Catanzaro (coordinati dalla professoressa Isabella Aquila) hanno stabilito senza ombra di dubbio che si è trattato di **una caduta simultanea**. I traumi riscontrati sui piccoli corpi e su quello della madre sono compatibili con una dinamica unica e contestuale, come se fossero stati trattenuti tutti insieme fino all’ultimo istante prima di precipitare nell’asfalto. Un dettaglio, questo, che non allevia la sofferenza ma che restituisce ai fatti una fisicità diversa, forse ancora più tragica: quella di un abbraccio mortale piuttosto che di una spinta distaccata.
Il dolore muto del padre, la corsa contro il tempo per chi è rimasta
Mentre le tre bare (accompagnate dalla folla in un silenzio che il sindaco Nicola Fiorita ha voluto fosse sottolineato dal lutto cittadino e dalle bandiere a mezz’asta sugli edifici comunali) entravano in chiesa, il marito e padre, Francesco, ha compiuto un gesto che ha strappato il velo della compassione formale. Lui, rientrato da Genova dove veglia l’unica figlia superstite di 6 anni (Maria Luce, ancora ricoverata in rianimazione all’ospedale Gaslini con una prognosi che resta riservata), ha voluto portare a spalla il feretro del piccolo Nicola. Francesco, con un’evidente fisicità del lutto, si è poi messo in ginocchio accanto alle bare. È forse in questo inchino, più che nelle parole che ha strappato al telefono con don Vincenzo Zoccoli, che si misura l’abisso della sua condizione. «Non potevo immaginare che potesse arrivare a tanto», aveva detto due giorni fa agli inquirenti, ammettendo di sapere che la moglie «non stava bene». Ora, la sua unica ancora è quella bambina che lotta al Gaslini: un’esistenza sospesa sul filo della sopravvivenza, dopo essere miracolosamente scampata a una caduta che ha ucciso gli altri componenti della sua famiglia.
La religiosità come ultimo rifugio, un rosario stretto nella mano prima del buio
C’è un’immagine quasi iconografica che emerge dai rilievi della scientifica e dalle testimonianze della parrocchia del Santissimo Salvatore, dove la donna prestava servizio come catechista. Anna, al momento del volo, stringeva tra le dita un rosario. Un particolare che per molti vicini non è contraddittorio, anzi: la descrivono come una persona schiva, tranquilla, eppure segnata da una religiosità profonda che forse, nelle ultime ore di lucidità, si è trasformata in angoscia. Don Zoccoli, che conosceva bene il tormento della donna, ha rivelato come il disagio (quella che potrebbe essere definita una forma di depressione post-partum degenerata in psicosi) fosse esploso dopo la nascita del terzogenito. Stanca, meno lucida, divorata dalla paura che potesse accadere qualcosa di grave ai suoi figli: Anna si portava dentro una fragilità che la sua fede non è riuscita a esorcizzare. E così, in quella notte, ha trasformato la protezione materna nella sua contraddizione più letale, cercando di salvare i suoi bambini da un pericolo che, nella sua mente offuscata, risiedeva ovunque tranne che dentro di lei.




