Il castello delle cerimonie cambia scettro: il Grand Hotel La Sonrisa è del Comune, i Polese puntano tutto sulla Cassazione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
C’è un passaggio di consegne che non si celebra tra un ricevimento e l’altro, ma che chiude di fatto un capitolo lungo decenni del costume televisivo italiano. Il Grand Hotel La Sonrisa di Sant’Antonio Abate, quello stesso che ha fatto da cornice ai matrimoni in pompa magna prima de “Il Boss delle Cerimonie” e poi del seguito “Il Castello delle Cerimonie”, non è più un affare della famiglia Polese. A confermarlo, senza possibilità di replica, è la sindaca del comune alle falde del Vesuvio, Ilaria Abagnale: l’intero complesso, con le sue sale dorate e i suoi giardini traboccanti di addobbi, è ufficialmente diventato patrimonio pubblico. Una svolta che arriva al termine di una lunga querelle giudiziaria, e che lascia sul terreno l’eredità di Antonio Polese, il patriarca scomparso che per anni ha impersonato il ruolo di cerimoniere assoluto davanti alle telecamere.
La strategia del cavillo in Cassazione, l’udienza del 9 luglio
Sulla struttura, ormai passata nelle mani del Comune, pende però ancora una spada di Damocle processuale. La sindaca potrà pure rivendicare la proprietà, ma i Polese non hanno gettato la spugna. Anzi, hanno fatto quello che sanno fare meglio: trasformare un’ordinanza di sgombero in una partita a scacchi giudiziaria. È stata fissata per il 9 luglio l’udienza in Cassazione, dove approderanno i ricorsi presentati dai legali di Imma Polese – la figlia, conosciuta dal pubblico televisivo come “Donna Imma” – e di Agostino Polese, fratello del defunto titolare. La difesa, in particolare per Concetta Polese, si è affidata all’avvocato Dario Vannetiello con una doppia iniziativa che coinvolge sia la Suprema Corte che la Corte d’Appello di Roma. Insomma, il giuridico si intreccia col teatrale, e l’udienza del prossimo luglio rappresenta l’ultimo atto (o forse solo il penultimo) di una lunga resa dei conti.
L’appello social di Giancarlo Magalli, un ricordo del compianto don Antonio
In questo clima di tensione tra aule di tribunale e poltrone dorate, spunta la voce di un volto noto del piccolo schermo. Giancarlo Magalli, che con quel mondo delle cerimonie televisive ha avuto più di un incrocio, ha scelto i social per lanciare un appello. Nessuna invocazione melodrammatica, piuttosto il ricordo nitido di una visita fatta al Grand Hotel La Sonrisa in compagnia del proprietario di allora, quel don Antonio Polese che – prima della sua scomparsa – era diventato una sorta di icona pop. Il presentatore non si spinge a dare consigli al Comune né a schierarsi nella battaglia legale; si limita a testimoniare, con il suo stile garbato, il peso culturale di un luogo che per anni ha fatto da sfondo a un certo immaginario del trionfalismo all’italiana. Un’operazione nostalgia, insomma, che però riaccende i riflettori su una vicenda ormai lontana dal solo gossip.
Sgombero e ricorsi incrociati: la difesa dei Polese gioca la carta della revisione
Se il Comune ha già ereditato le mura, i Polese ne rivendicano ancora l’anima. Dopo la notifica dell’ordinanza di sgombero, la partita non si è chiusa: la difesa ha chiesto la revisione del processo, e la Cassazione dovrà esprimersi sui cavilli procedurali sollevati dagli avvocati Veronica Paturzo e Andrea Castaldo per conto di Agostino Polese. Nessuno, al momento, può dire se l’udienza del 9 luglio porterà a una retromarcia o se sancirà definitivamente l’addio della famiglia alla struttura. Di certo, il Grand Hotel La Sonrisa è diventato un caso giudiziario che mescola cronaca nera (quella delle inchieste sulle gestioni precedenti) e diritto amministrativo, senza che nessuna delle due anime prevalga sull’altra. Quel che resta, intanto, è l’immagine di un castello delle cerimonie che ha smesso di ricevere gli invitati per cominciare a ricevere soltanto i giudici.




