Euphoria 3, il dolore come carburante creativo: Sam Levinson e il peso delle «scelte e conseguenze»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A un mese dalla premiere del 12 aprile, Sam Levinson non molla la presa. Lo si trova al Warner Bros. lot di Burbank, in California, mentre rimbalza tra sale di montaggio e proiezione per limare ogni dettaglio – dalla color correction al sound design – di quella che potrebbe essere l’ultima corsa di “Euphoria”. Il creatore, sceneggiatore e produttore esecutivo, non ha mai lasciato che l’ambizione fosse un ostacolo, ma stavolta il percorso è stato particolarmente accidentato. Il formato panoramico lo ha colpito per la sua capacità di rendere le scene più ampie, e la colonna sonora, firmata dal premio Oscar Hans Zimmer con i suoi crescendo cinematografici, sembra conferire alla serie un’impronta quasi western, lontana dalle atmosfere a cui eravamo abituati.
Un addio silenzioso e un nuovo sound hollywoodiano
Non c’è più Labrinth. L’autore che aveva costruito l’identità sonora dello show fin dal 2019, capace di mescolare gospel e synth per raccontare l’adolescenza più disturbata, ha lasciato il progetto a marzo. Se inizialmente si parlava di una collaborazione con Zimmer, alla fine le musiche della terza stagione sono accreditate esclusivamente al compositore tedesco. Levinson ha ammesso di aver scritto i nuovi episodi ascoltando “Interstellar” e di aver voluto una musica “da western hollywoodiano d’altri tempi” per accompagnare i personaggi fuori dal liceo e dentro il deserto della California, dove Rue (Zendaya) si trova a fare i conti con un debito di droga e un muro di confine ricostruito appositamente sul set.
L’ombra di Angus Cloud e il lutto sul set
Il dolore, però, è la vera materia prima di questa stagione. La morte di Angus Cloud (Fezco) nel luglio 2023 per un’overdose accidentale ha sconvolto profondamente Levinson, che con l’attore aveva un rapporto quasi fraterno e che a 19 anni si è disintossicato da droghe e alcol. Lo showrunner ha rivelato di averlo trovato “molto dimagrito” e con le “pupille a spillo” prima dell’inizio delle riprese, organizzando per lui un periodo di rehab pagato da HBO che ha causato ritardi nella produzione. Lo stesso vale per Eric Dane (Cal Jacobs), morto a febbraio per SLA: ha girato le sue scene da seduto, e Levinson ha fatto di tutto per tenerlo nel cast. Il fentanyl diventa così un protagonista silenzioso della trama, una scelta narrativa che Levinson definisce inevitabile, quasi terapeutica, per tenere vivo chi non c’è più: «Se non riuscivo a controllarlo nella vita, almeno posso controllarlo nel lavoro».
La prima di Los Angeles e il fantasma di una conclusione
L’anteprima mondiale di martedì sera su Hollywood Boulevard è stata l’evento più esclusivo della città. Il red carpet, decorato con un motivo desertico, ha visto riuniti Zendaya, Sydney Sweeney e Jacob Elordi dopo anni di separazione dovuta agli impegni cinematografici dei tre. Si tratta, con molta probabilità, dell’ultima volta che il cast originale appare insieme in questo contesto. La scenografia del debutto richiamava l’ambientazione delle prime scene della nuova stagione, segnando visivamente il salto temporale di cinque anni che separa i protagonisti dalla vita da adulti. Se questa sia la fine definitiva, Levinson non lo dice, lasciando intendere che il capitolo potrebbe chiudersi qui, tra le sabbie mobili della Warner Bros. e i ricordi di un cast segnato da lutti e successi planetari.




