Euphoria 3, il destino crudele di Rue e la fine di una generazione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non c’è lieto fine, per chi ancora lo sperava, né una redenzione comoda e consolatoria, in quell’universo disturbante e iperestetizzato che Sam Levinson ha costruito per sette anni. L’ultima puntata della terza stagione, intitolata In God We Trust, andata in onda il 1° giugno su Sky, NOW e HBO Max, ha assolto al suo compito più duro: chiudere il racconto iniziato nel 2019 con un atto di verità narrativa tanto spietato quanto inevitabile.
La serie, lo ha confermato lo stesso Levinson in un’intervista rilasciata al New York Times, non tornerà per una quarta stagione, e quel che abbiamo visto è il capitolo finale di una storia che non ha mai avuto paura di ferire il proprio pubblico, anzi, lo ha sempre cercato per parlargli direttamente della dipendenza e dei suoi mostri.
E così, mentre l’eco degli spari e delle sirene si spegne, il sipario cala su Rue Bennett, la ragazza dagli occhi penetranti interpretata da Zendaya, trovata senza vita sul divano di casa di Ali dopo aver ingerito pillole tagliate con il fentanyl, un veleno silenzioso che da anni trasforma ogni ricaduta in una sentenza definitiva.
La trappola di Alamo e la fuga in un sogno senza ritorno
La sequenza che porta alla morte della protagonista è costruita con l’artificio dell’inganno più subdolo: quello che si nasconde sotto l’apparenza della cura. Dopo essere riuscita a fuggire dalla rete criminale di Wayne, Rue riceve da Alamo un flacone di pillole apparentemente innocue, lasciate lì per lenire le ferite di una sopravvissuta, ma lui sa bene che per lei rappresentano una tentazione fatale.
L’episodio, in una delle sue trovate stilistiche più riuscite, ci regala una lunga sequenza onirica: Rue immagina di rivedere Fezco, lo sfortunato dealer interpretato da Angus Cloud, e lo riconosce in un campo sterminato, come se fosse tornata indietro nel tempo per un ultimo abbraccio. La realtà, però, è molto più cruda; Ali, il suo sponsor e unico punto di riferimento rimasto, si sveglia la mattina dopo e la scopre immobile, uccisa da quelle stesse pasticche che avrebbero dovuto alleviare il dolore.
La presenza di Fezco, in questo contesto, non è un caso né una forzatura sentimentale: Cloud è morto realmente nel 2023 per un’overdose accidentale di fentanyl, e Levinson ha scelto di trasformare il lutto in motore narrativo, dedicando a lui e a tutti coloro che non hanno avuto una seconda possibilità questo epilogo straziante.
Il crollo dell’impero criminale e la resa dei conti di Ali
Mentre Rue scivola via in silenzio, l’altra faccia della medaglia, quella legale e criminale, va in frantumi. La DEA, in un’operazione parallela, colpisce la rete gestita da Laurie, la terrificante matriarca della droga che aveva imprigionato Rue in un incubo di sfruttamento. Ma Laurie, a differenza dei suoi complici come Kitty o Mitch, non aspetta l’arresto: isolata e tradita, comprende di essere stata abbandonata e sceglie di togliersi la vita prima che le autorità possano metterle le mani addosso.
La sua morte segna la fine di un’era di terrore, ma non basta a restituire giustizia. È Ali, invece, a prendersi l’onere della vendetta; dopo aver scoperto la verità sulle pillole, affronta Alamo nel suo strip club. Lo scontro, che assume i toni di un duello western kafkiano, vede Alamo tentare di barare e usare Maddy come scudo umano, scoprendo solo alla fine che Bishop, il suo uomo di fiducia, gli ha consegnato una pistola scarica.
Ali spara, più volte, chiudendo il cerchio di una stagione che ha trasformato il dolore privato in giustizia sommaria, e liberando finalmente Maddy da quel legame ambiguo e violento.
Un addio senza speranza (ma non senza memoria)
Le sorti degli altri protagonisti si disperdono in un mosaico di sopravvivenze più o meno degne. Cassie, rimasta vedova dopo la morte di Nate ucciso dal morso di un serpente velenoso nell’episodio precedente, decide di capitalizzare il suo dolore trasformando il profilo OnlyFans in una solida impresa economica, proponendo persino a Lexi di collaborare, un’offerta che la sorella rifiuta per mantenere le distanze.
Jules, invece, è quasi un fantasma rispetto agli eventi principali, eppure è lei a compiere il gesto più autentico: dedica un’opera pittorica a Rue, un segno di una memoria che non vuole spegnersi. L’ultima scena ci riporta nella fattoria dove Rue aveva trovato un istante di pace: Ali, seduto a un tavolo con la famiglia che l’aveva accolta, immagina di vederla seduta accanto a loro, sorridente e serena.
Euphoria si chiude così, non con una predica morale, ma con una constatazione lucida: la droga uccide, a volte anche chi ha provato con tutte le sue forze a essere ciò che non poteva essere, lasciando dietro di sé solo il vuoto e il ricordo di una lotta impari.




