Euphoria 3, il disastro annunciato: quel finale (con Rue morta) è solo la punta dell'iceberg

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Doveva essere il capolavoro che chiudeva un'era, ed è diventato invece il campo di battaglia dove Sam Levinson ha seppellito ogni residua speranza. Euphoria 3, la cui ultima puntata – intitolata In God We Trust – è andata in onda il 1° giugno su Sky, NOW e HBO Max, ha ufficialmente concluso la sua corsa, e con essa l'intera serie iniziata nel lontano 2019.

Se qualcuno attendeva un ultimo colpo di scena salvifico, si sbagliava di grosso: l’ottavo episodio, della durata di novanta minuti circa, ha restituito un verdetto spietato, trasformando il teen drama più innovativo dell’ultimo decennio in un thriller criminale dalle tinte western, dove l’adolescenza è solo un ricordo sbiadito. Il salto temporale di cinque anni, che ha portato Rue e i suoi compagni fuori dalle aule soffocanti della East Highland, non ha regalato redenzione ma ha semplicemente cambiato scenario alla catastrofe.

La fine (tragica) di Rue Bennett: un'overdose di realismo o puro nichilismo?

L'episodio, che riprende il filo dal furto di droga all'interno della rete criminale gestita da Wayne, non lascia spazio a fraintendimenti. Rue, la Bennett interpretata da Zendaya, muore. Non in ospedale, non tra le braccia della madre o di Jules, ma in un silenzio quasi agghiacciante, addormentata sul divano di casa di Ali. Le pillole che le erano state fornite da Alamo – convinta la ragazza che servissero a curare un dolore fisico – contenevano una dose letale di fentanyl.

È una dipartita sporca, veloce, priva di quella retorica patetica che spesso accompagna i personaggi complessi nel cinema mainstream. La circostanza, tuttavia, più che il dolore immediato, ha scatenato un dibattito feroce sulla coerenza narrativa.

Da un lato, Sam Levinson ha difeso la scelta definendola "un finale onesto", spiegando al podcast del New York Times che "persone come Rue spesso non ce la fanno"; dall’altro, invece, l’inserimento di una sequenza onirica – nella quale la protagonista immagina di riabbracciare Fezco (un toccante tributo postumo ad Angus Cloud, morto nel 2023) – è sembrato a molti critici un espediente retorico che smentiva proprio quel realismo crudo a cui Levinson diceva di ambire.

L'apoteosi della violenza: un finale che sa poco di «Euphoria»

Ciò che però trasforma l’addio alla serie in un vero e proprio terremoto narrativo è la gestione delle sottotrame parallele. Mentre Rue giace inerme sul divano, lo sponsor Ali si trasforma in una sorta di giustiziere solitario, dando il via a una resa dei conti armata che sembra uscita da un film di Tarantino piuttosto che dal dramma psicologico a cui eravamo abituati.

Dopo aver scoperto che Alamo è il responsabile indiretto dell’overdose, Ali irrompe nello strip club, lo affronta in un duello e lo uccide dopo che questi, nel tentativo di proteggersi, aveva usato Maddy come scudo umano.

La parabola di Laurie, il personaggio interpretato da Martha Kelly, si chiude con un suicidio per impiccagione sul tetto della propria abitazione, dopo che la DEA ha fatto irruzione nella sua rete di traffico scoprendo però il carico di droga inspiegabilmente scomparso (un tradimento, quello di Bishop, che aggiunge l’ennesimo colpo di scena in un plot già saturo). Non c’è traccia, in questi frangenti, della camera claustrofobica o dei monologhi interiori che avevano decretato il successo delle prime stagioni.

Cassie, Maddy e gli altri: archivi chiusi in fretta

Se la sceneggiatura si accanisce sui criminali, il destino dei personaggi storici – quelli per cui il pubblico aveva imparato a tifare – viene liquidato con una sbrigatività che rasenta l’indifferenza.

Lo si vede chiaramente nella gestione delle sorelle Howard: Cassie, dopo la morte di Nate (ucciso da un serpente velenoso nel settimo episodio), decide di raddoppiare gli sforzi sulla sua attività OnlyFans, arrivando addirittura a proporre a Lexi di collaborare per ospitare altre ragazze in cambio di vitto e alloggio – offerta che la sorella maggiore, coerentemente con il suo carattere schivo, rifiuta. Maddy, dal canto suo, trova un inaspettato (e poco sviluppato) legame affettivo con Bishop, l’uomo che ha tradito Alamo.

Quanto a Jules, l’amore perduto di Rue, la vediamo dedicare un’opera d’arte alla memoria della ragazza, ma mantenendosi fisicamente e drammaturgicamente distante dal massacro finale, quasi a voler significare che la sua storia si era conclusa molto prima dei titoli di coda.

Perché il verdetto della critica è così spietato?

Analizzando i fatti così come sono stati trasmessi, emerge un dato inconfutabile: Euphoria 3 ha tradito la sua stessa essenza. La forza della serie, quella che aveva consacrato Zendaya come attrice drammatica e lanciato Jacob Elordi e Hunter Schafer, risiedeva nella capacità di esplorare le fragilità intime con uno sguardo artistico e distorto.

L’ultimo capitolo, al contrario, ha preferito abbracciare la logica del crime drama convenzionale, popolato di narcotrafficanti, inseguimenti a cavallo (la scena in cui Harley blocca Rue con un lazo è passata alla storia come il momento più citato, e deriso, del season finale) e vendette trasversali. In questa ridefinizione di genere, la dipendenza – che era il motore pulsante del racconto – diventa solo un pretesto per innescare una spirale di violenza.

E se Levinson ha dichiarato di aver riscritto il copione dopo la scomparsa di Angus Cloud, sentendo la responsabilità di mostrare come non sempre ci sia una seconda possibilità, il risultato finale appare a molti come un ibrido mostruoso: troppo patinato per essere un documentario sulla sofferenza, e troppo cupo per essere intrattenimento puro.

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