Dopo sette anni di Euphoria, Hunter Schafer dedica a Zendaya le parole più belle: «La mia prima grande compagna di scena si è rivelata un’anima gemella»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è chiuso ufficialmente il sipario su Euphoria, il fenomeno seriale creato da Sam Levinson che per sette anni ha diviso critica e pubblico tra accuse di narcisismo estetizzante e sincero entusiasmo generazionale; a fare da contrappeso a questo finale controverso, però, arrivano ora le parole di chi quel mondo lo ha vissuto sulla propria pelle, lontano dai riflettori e dalle sceneggiature.

Hunter Schafer, interprete di Jules Vaughn – la ragazza trasgressiva e idealista che ha fatto battere il cuore (e poi spezzare) a Rue – ha voluto rendere omaggio a Zendaya, la sua partner sullo schermo, definendola con una dolcezza inaspettata «la mia prima grande compagna di scena, rivelatasi un’anima gemella». Un commento che arriva a valle di una narrazione, quella televisiva, che per i due personaggi si è conclusa nel peggiore dei modi, ma che nel backstage sembra aver cementato un legame destinato a durare ben oltre gli ultimi ciak.

La fine di Rules: dall’idillio al veleno, il tragico epilogo di Jules e Rue

Per chi avesse smarrito il filo degli eventi nell’ultima, tumultuosa stagione, è necessario fare un passo indietro e riavvolgere il nastro di una relazione, quella tra Jules e Rue, che ha rappresentato il vero motore emotivo dell’intera serie. Nella prima stagione, a fare da sfondo, c’era la nascita spontanea di un sentimento puro, quasi salvifico, che sembrava potesse riscattare entrambe dai rispettivi abissi interiori; nella seconda, invece, si sono materializzate le prime crepe, profonde e insanabili, fatte di incomprensioni e priorità divergenti.

L’ultimo capitolo, quello andato in onda dopo anni di attesa, ha messo in scena un tentativo maldestro di riavvicinamento – fatto di sguardi carichi di rimpianto e parole lasciate a metà – che ha preceduto una separazione definitiva, suggellata non da un addio classico, ma dalla morte violenta di Rue. A uccidere la giovane protagonista – lo ricordiamo – è stato il fentanyl, il potente oppioide che Alamo Brown, la spietata new entry di quest’ultimo ciclo di episodi, le ha somministrato con l’inganno, trasformando una ricaduta in un omicidio premeditato.

Adewale Akinnuoye-Agbaje e il ritorno del villain HBO

Proprio questo personaggio oscuro, Alamo, ha permesso a un volto noto del piccolo schermo di tornare alla ribalta con il piglio cattivo che lo aveva reso celebre agli albori del prestige televisivo. Adewale Akinnuoye-Agbaje, l’attore britannico che dà i lineamenti al crudele proprietario del locale notturno, ha infatti un passato ingombrante in tal senso: fu lui, anni fa, a interpretare Adebisi, il detenuto spietato e dal berretto sempre in bilico nella serie culto Oz, una delle pietre miliari della HBO che aprì la strada alla drammaticità più cruda e senza filtri.

Vederlo oggi, a distanza di decenni, tornare a vestire i panni di un antagonista calcolatore e minaccioso proprio nell’universo di Euphoria – ironia della sorte, la sua prima esperienza in uno show "per adolescenti" – assume quasi il sapore di un cerchio che si chiude, come se la rete avesse voluto omaggiare la propria tradizione villainosa passando il testimone tra generazioni diverse di telespettatori.

Analisi di un fenomeno: il passo breve tra prestige e trash tv

Osservando il quadro complessivo, non si può fare a meno di notare come l’ultima stagione di Euphoria rappresenti la prova lampante di quanto sia breve, a volte quasi impercettibile, il passo che separa la cosiddetta televisione d’autore (prestige tv) dalla televisione spazzatura (trash tv).

La serie, infatti, possiede tutte le caratteristiche estetiche di un’opera che vorrebbe essere presa sul serio – fotografia patinata, colonna sonora ricercata, regia ipnotica – eppure, per molti osservatori, tutto questo si rivela essere un trucco, un inganno ben confezionato per distogliere lo sguardo dal vuoto narrativo.

Una volta rimosse le cattiverie gratuite, i corpi esposti senza una reale necessità drammaturgica e i dialoghi al vetriolo fine a se stessi, Euphoria rischia di non avere più niente da dire, se non quello di riproporre gli stessi stereotipi sulla gioventù disperata che il cinema indipendente aveva già ampiamente superato.

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