Euphoria 3, il ritorno tra ovuli di droga, OnlyFans e un’America senza più illusioni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quattro anni possono sembrare un’eternità, nell’economia di una serie che aveva fatto dell’urgenza adolescenziale la sua cifra stilistica; eppure, per “Euphoria 3”, l’attesa è stata persino più lunga del previsto. La prima puntata – proiettata in anteprima al cinema Colosseo di Milano – riaccende i riflettori su un gruppo di ex liceali che il tempo non ha certo resi più sereni. Anzi, se possibile, il salto in avanti nella trama (che riprende gli eventi a distanza di quattro anni dalla seconda stagione) consegna allo spettatore un quadro volutamente distorto, dove la perdita di ogni bussola morale diventa la nuova normalità. Rue, lo ricordiamo, non ha mai davvero saldato i conti con il proprio passato: ora, a causa di un debito rimasto aperto, si ritrova costretta a fare da corriere della droga lungo la rotta tra Messico e Stati Uniti. La messinscena è crudele nei suoi dettagli – quegli ovuli che ingurgita a ogni viaggio, con il rischio concreto di morire se uno di essi si rompesse – e la regia di Sam Levinson non lesina sull’angoscia visiva, trasformando ogni attraversamento del confine in una roulette russa organica.
L’ascesa di Cassie, tra OnlyFans e un matrimonio da milionaria
Intorno a Rue, gli altri personaggi si dibattono in esistenze che sembrano uscite da un reality parallelo, dove il lusso e la disperazione coesistono nella stessa inquadratura. Cassie, interpretata da Sydney Sweeney, ha scelto una strada per certi versi inevitabile nel capitalismo dei corpi: apre un profilo OnlyFans. Non per ribellione o per esplorazione sessuale, bensì per mettere insieme abbastanza denaro da potersi permettere le nozze con Nate (Jacob Elordi). Lui, che era stato il motore di tanta tossicità nelle prime stagioni, appare ora come una sorta di prince charming disfunzionale, e la loro relazione – raccontata tra acquisti di anelli e contratti di sponsorizzazione – diventa la metafora di un’America che ha normalizzato l’estremismo economico come unico linguaggio d’amore. Maddy, dal canto suo, ha preso altre strade, e il gelo che secondo alcune indiscrezioni si sarebbe creato tra Zendaya e la stessa Sweeney nei backstage non trova conferma nella finzione, ma alimenta comunque il gossip attorno a una produzione già di per sé iper-esposta.
La metaserie che si guarda allo specchio: Hollywood e i suoi demoni
La novità più rilevante, però, non è soltanto narrativa, ma strutturale. La prima puntata di “Euphoria 3” abbraccia consapevolmente i tratti della “metaserie”, ovvero di un prodotto che riflette su se stesso, sull’industria dell’intrattenimento e sui demoni collettivi del nostro tempo. I personaggi non si limitano a vivere le loro storie; le commentano, le smontano, le sospettano. C’è una scena iniziale – che evito di spoilerare nei dettagli – in cui Rue si rivolge idealmente allo spettatore, quasi a chiedere scusa per l’assurdo della situazione in cui è finita. Levinson sembra volerci dire che la “realtà” di Euphoria non è mai stata realistica, ma iperbolica; e che questa terza stagione porta quell’iperbole alle sue estreme conseguenze. Il risultato è destabilizzante: ci si chiede se stiamo guardando un dramma, una commedia nera o un documentario sulla produzione di un teen drama andato fuori controllo.
Niente di buono: il ritratto di una generazione senza più età
“Cosa hanno combinato nel frattempo?” si domanda la stessa Rue a un certo punto. La sua risposta è lapidaria: “Niente di buono”. Ed è forse la sintesi più onesta che si possa dare di questa terza stagione, il cui debutto italiano è fissato per il 13 aprile 2026 su HBO Max (che contestualmente metterà a disposizione anche le prime due stagioni, completando così l’intera collezione di una delle serie più viste nella storia dell’emittente, forte delle 25 nomination agli Emmy e delle 9 vittorie ottenute in precedenza). Non ci sono più i banchi di scuola, le feste in cameretta o i corridoi illuminati al neon: c’è il Messico dei cartelli, le stanze d’albergo per le riprese di OnlyFans, le consulenze legali per gli accordi prematrimoniali. I protagonisti hanno finito il liceo e si trovano a fronteggiare lavori alienanti, crisi di fede e cerimonie da organizzare. E se un tempo la droga era un rito iniziatico, oggi è un’impresa logistica. Il tono è più cupo, meno euforico (gioco di parole voluto), ma non per questo meno magnetico. Chi cercava il semplice sequel di una storia di formazione rimarrà spiazzato; chi accetta che il tempo cancella persino il genere di appartenenza, forse troverà in questi nuovi episodi un’amara, lucida conferma.




