L'oro continua a oscillare nervosamente intorno ai 4900 dollari, tra attesa per la Fed e profit taking
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Redazione Economia
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Dopo aver infranto a gennaio la barriera psicologica dei 5.000 dollari, spingendosi fino a sfiorare quota 5.600, il prezzo dell'oro spot ha improvvisamente invertito la rotta, innescando una fase di correzione che nelle ultime sedute l'ha riportato stabilmente sotto i 5.000 dollari l'oncia, attestandosi il 18 febbraio 2026 intorno ai 4.936 dollari -3. Questo movimento, che alcuni analisti definiscono di consolidamento dopo la parabola ascendente delle settimane precedenti, si inserisce in un contesto di mercato reso particolarmente volatile da una pluralità di fattori, che vanno dalle modifiche alle regole del trading — le quali avrebbero reso più oneroso operare per gli speculatori — alle dinamiche di profit taking che, una volta innescatesi, hanno creato un effetto a valanga sui prezzi, trascinando al ribasso anche l'argento, tornato comunque a guadagnare terreno con un rialzo del 2,74% -3. A complicare il quadro si aggiunge la ridotta liquidità sui mercati asiatici, storicamente determinanti per la domanda fisica del metallo, a causa della chiusura per le festività del Capodanno lunare in Cina, elemento che ha accentuato le fluttuazioni e reso i corsi più suscettibili alle vendite da parte degli operatori istituzionali -4-6.
L'attesa per i verbali della Fed e il peso della tregua geopolitica
L'andamento altalenante del metallo prezioso, che proprio in queste ore cerca di stabilizzarsi dopo il brusco arretramento, è fortemente condizionato dalle aspettative per la pubblicazione dei verbali dell'ultima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC). Gli investitori, in un clima di estrema cautela, sperano di trovare nei documenti in uscita oggi indicazioni più chiare sulle future mosse di politica monetaria della Federal Reserve, alla ricerca di indizi su eventuali ulteriori tagli dei tassi dopo la pausa di gennaio, elemento che influenzerebbe in modo decisivo il costo-opportunità di detenere oro, il quale non produce cedole né dividendi -2. Parallelamente, un ruolo non secondario nel raffreddamento delle quotazioni è giocato dal fronte geopolitico: le indiscrezioni su un possibile avanzamento nei negoziati diplomatici tra Stati Uniti e Iran hanno ridotto la cosiddetta “prima di rischio”, erodendo parzialmente quell'attrattiva che l'oro esercita come bene rifugio in periodi di tensioni internazionali e che, solo poche settimane fa, ne aveva alimentato la corsa -4.
Domanda strutturale dalle banche centrali e prospettive per l'argento
Nonostante la flessione congiunturale, la domanda di oro su base strutturale rimane robusta, sostenuta in particolare dagli acquisti delle banche centrali dei paesi cosiddetti “non allineati”, che continuano a diversificare le proprie riserve valutarie alla ricerca di una maggiore indipendenza dal dollaro -5-8. Questa tendenza di fondo, che aveva portato il metallo a guadagnare oltre il 148% nel 2025, costituisce un solido pavimento per le quotazioni e induce alcuni gestori a mantenere un'allocazione strategica sul metallo, ritenendolo uno strumento di diversificazione più solido persino dei Treasury USA in un'ottica di lungo periodo -5. Anche l'argento, dopo aver toccato i 75,68 dollari l'oncia e aver registrato un incremento del 19% a gennaio, sembra beneficiare di questa corrente sotterranea, sebbene la sua maggiore volatilità lo renda più sensibile alle correzioni improvvise del mercato -3-7.
L'incertezza sulla politica commerciale dell'amministrazione Trump
Un ulteriore elemento di incertezza, che contribuisce a mantenere alta la volatilità sui mercati delle materie prime, proviene dalle dichiarazioni della nuova amministrazione statunitense, con il presidente Trump che ha più volte manifestato una certa indifferenza riguardo alla debolezza del biglietto verde, un atteggiamento interpretato dagli investitori come un disinteresse a intervenire per sostenerlo -5. A questo si aggiungono le preoccupazioni per l'introduzione di nuovi dazi commerciali, che potrebbero riaccendere le tensioni con i partner globali e, paradossalmente, rilanciare la domanda di oro come copertura contro i rischi di una guerra commerciale, creando un controcanto rispetto alle spinte ribassiste generatesi con il recente disgelo diplomatico -5. In questo scenario complesso, il mercato dell'oro si trova così a dover metabolizzare spinte contrastanti: da un lato la presa di beneficio e la riduzione dell'esposizione da parte della speculazione, dall'altro la solida domanda istituzionale e l'incertezza macroeconomica che ne frenano un eventuale cedimento strutturale.




