La mossa sulla Groenlandia e il nodo atlantico che divide l'Occidente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’annuncio dell’intenzione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di annettere la Groenlandia – territorio autonomo danese dall’immenso valore strategico e minerario, spesso dimenticato dalle cancellerie europee – ha scoperchiato, con la brutalità tipica delle sue mosse, un vaso di Pandora di tensioni latenti. Quella che potrebbe apparire una stravaganza si rivela, a un’analisi più attenta, la punta di un iceberg assai più profondo, che interessa direttamente gli equilibri della NATO e i futuri rapporti con la Russia, in uno scenario globale dove la guerra in Ucraina, concepita da Washington secondo una strategia imperiale che guarda tanto a Mosca quanto al Vecchio Continente, rimane il teatro principale. L’azione unilaterale statunitense, che alcuni interpretano come un tentativo di accordarsi con Vladimir Putin per una spartizione di sfere d’influenza in Ucraina, sta producendo crepe sempre più visibili nell’Alleanza Transatlantica, pilastro su cui si è fondata la politica estera italiana, sostenuta con forza dal presidente Sergio Mattarella e dalla premier Giorgia Meloni.

L'Atlantico dimenticato e il monito dalla cronaca nera

Come ha sottolineato il direttore Tommaso Cerno durante un’approfondita analisi a “Porta a Porta”, esiste una connessione stringente tra scenari apparentemente distanti. “Meno male che Trump c’è”, ha affermato con una certa amarezza, “così perfino l’Europa ha scoperto che esiste la Groenlandia e che russi e cinesi occupano l’Atlantico”. La riflessione, sviluppata in una pagina dedicata ai movimenti geopolitici nell’oceano, punta il dito contro quella miopia europea che per anni ha ignorato il cortile di casa condiviso con gli Stati Uniti, permettendo ad altre potenze di stabilirvi un controllo sempre più marcato. Una negligenza i cui effetti si misurano anche in casi di cronaca nera, dove indagini complesse su traffici illeciti transnazionali rivelano, tra le pieghe delle inchieste giudiziarie, reti d’influenza che sfruttano proprio i vuoti di sorveglianza in quelle acque internazionali.

Il triplo fronte e la logica della spartizione

Il legame tra Venezuela, Groenlandia e Ucraina disegna, quindi, un unico grande quadro strategico. L’intervento americano a Caracas, ad esempio, a distanza di tempo si rivela sotto una luce differente: non un’invasione in piena regola, nonostante la sua gravità nel diritto internazionale, e neppure una classica operazione per il cambio di regime, visto che la struttura di potere precedente resiste e ha anzi intensificato la repressione. Questa azione, unita alle mosse nell’Artico e nel teatro ucraino, delinea una dottrina che sembra muoversi secondo una logica di spartizione delle aree d’influenza, una competizione globale per il controllo stringente di territori-chiave. Un ordine mondiale post-Yalta, sempre meno unipolare e con il baricentro spostato verso est, nel quale le grandi potenze si accingono a ridefinire confini e zone di dominio, ricorrendo anche alla forza.

La fragile inconsistenza di un'Europa in bilico

Di fronte a questo scenario, l’Europa mostra tutta la sua fragile inconsistenza, incapace di elaborare una risposta unitaria e coerente a dinamiche che la coinvolgono direttamente. Le recenti mosse politiche, economiche e militari delle superpotenze sono segnali evidenti di una proiezione già in atto verso una sorta di divisione del mondo, che lascia presupporre una competizione sempre più aspra. L’impotenza dell’Unione Europea, stretta tra il triplo fronte aperto dalla politica di Trump e l’avanzata di altri attori globali, rischia di renderla spettatrice passiva in un processo di ridisegno geopolitico che ne condizionerà il futuro, mentre le grandi potenze procedono, di fatto, a tracciare nuove linee sulla mappa.

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