Pogacar, ennesimo monologo sotto la Torre del Mangia: a Siena è suo il quarto trionfo

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non ci sono più aggettivi, ormai, per descrivere la sensazione di déjà vu che accompagna il passaggio di Tadej Pogacar sulle crete senesi. Perché la ventesima edizione della Strade Bianche, corsa che per fascino e durezza si è guadagnata sul campo l’appellativo di sesto Monumento, si è trasformata nell’ennesima, sconfinata passerella per il campione del mondo slovino. Che non si è limitato a vincere, badate bene, ma lo ha fatto nel suo stile inconfondibile, quello delle imprese solitarie e di lontanissima gittata, stampando il proprio nome per la quarta volta nell’albo della corsa toscana e staccando definitivamente Fabian Cancellara, fermo a tre sigilli.

L’attacco, prevedibile solo nella sua collocazione geografica, è arrivato puntuale come un rintocco sullo strappo di Monte Sante Marie, il settore dedicato proprio a Cancellara che con i suoi 11,5 chilometri di sterrato rappresenta il cuore pulsante e il luogo deputato delle selezioni. Mancavano all’arrivo 78 chilometri e mezzo, una distanza che per qualsiasi altro mortale significherebbe pura follia, ma che per il fenomeno di Komenda è ormai una distanza di gara consueta. La troupe dei fuggitivi, quei nove che avevano animato la prima parte della giornata cercando gloria, è stata inghiottita dal ritmo impressionante imposto dalla sua UAE, e quando Pogacar ha alzato il ritmo, alzando di fatto il sipario sul suo personalissimo spettacolo, per gli altri non c’è stata storia.

Qualcuno, però, un tentativo di opporsi allo strapotere del numero uno lo ha pure inscenato. Il giovane Paul Seixas, diciannovenne francese della Decathlon AG2R, non si è limitato a subire l’urto: nei primi chilometri successivi allo scatto del campione del mondo, ha provato a reagire, a tenere quella ruota, a gettare il cuore oltre l’ostacolo delle proprie gambe. Un tentativo generoso, destinato a scemare nel volgere di pochi chilometri, ma che gli è valso, nel finale, una piazza d’onore di altissimo prestigio. Seixas, infatti, ha gestito con intelligenza la propria posizione nel drappello degli inseguitori, un gruppetto di fuoriclasse in cui si alternavano uomini come Tom Pidcock, Matteo Jorgenson e Romain Grégoire, per poi piazzare la zampata decisiva sull’ultimo, terribile strappo di via Santa Caterina, quello che conduce al cuore di Siena. Alle sue spalle, a completare un podio dal sapore giovanissimo, è salito Isaac Del Toro, messicano della UAE, bravo a regolare gli altri reduci della caccia ma mai realmente in grado di impensierire il compagno di squadra.

La fatica delle donne e l’assolo dello sloveno

Mentre la polvere si posava sulla cavalcata di Pogacar, che ha chiuso i suoi 78 chilometri da solo con un vantaggio di un minuto netto su Seixas e di 1’09” su Del Toro, l’attenzione degli appassionati si era già spostata, per chi segue la cycling mania, sull’epilogo al femminile. Che ha regalato ben altro genere di suspence, lontano anni luce dalla dittatura vista nella prova maschile. Sulle strade bianche, Elisa Longo Borghini ha provato a scrivere un copione diverso, gettando il cuore oltre l’ostacolo con una generosità che, forse, le è stata fatale. La campionessa italiana, in maglia UAE Team ADQ, ha acceso la miccia nei tratti decisivi, passando per prima sulla salita di Fontebranda e provando a fare la differenza. Il suo tentativo, però, è stato neutralizzato nel vorticoso finale che conduce a Piazza del Campo, dove a sprintare per la vittoria sono state altre. a vincerla, approfittando di un attimo di esitazione generale nel dedalo di curve che precede il rettilineo finale, è stata Elise Chabbey, svizzera della FDJ-Suez, capace di infilarsi nel pertugio giusto e di regolare in una volata a quattro Kasia Niewiadoma e Franziska Koch. Longo Borghini, quarta, ha chiuso con il rammarico di chi ha speso tutto quello che aveva, ma senza recriminazioni: la consapevolezza di aver tentato la sorte fino all’ultimo metro, per lei, vale più di un piazzamento raccolto senza lottare. Lo spettacolo delle donne, insomma, ha offerto pathos e incertezza fino all’ultimo metro, l’esatto opposto di quanto accaduto con l’uomo-sloveno, che ha trasformato la corsa in una lunga passerella di avvicinamento al traguardo, alzando le braccia al cielo sotto la Torre del Mangia per la terza volta consecutiva, la quarta in carriera, in attesa di nuovi, possibili, territori da conquistare.

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