Donald vuol essere regista unico, Bibi nel dilemma del prigioniero
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Redazione Esteri
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Ignorare che le fughe di notizie – sempre più frequenti in queste settimane di fuoco – possano essere pilotate a favore della fonte rischia spesso di farci leggere la realtà in modo distorto, quando invece si pensa di aver colto la profondità dei fatti sotto la superficie.
L’escalation di indiscrezioni non confermate nei rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dalla telefonata con la volgare intemerata del presidente americano alla voce di un presunto spionaggio israeliano ai danni dei mediatori Usa, più che segnare una rottura in corso tra i due leader potrebbe indicare come la divergenza di interessi immediati stia portando a un confronto, anche aspro, che nessuno dei due può però portare al limite estremo.
Per la prima volta, e il dato è rilevante, l’Iran ha attaccato Israele in risposta non a raid sul proprio territorio, ma in un altro Paese (il Libano, per quanto alleato della componente sciita). Sul perché Mojtaba Khamenei abbia deciso questo passo, con tutti i rischi che comporta, le valutazioni restano però ancora in larga parte aperte.
Il braccio di ferro sulla risposta all’Iran
Trump rivendica il controllo totale del rapporto e lo fa con parole che non lasciano spazio a interpretazioni: «Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa», ha dichiarato riferendosi a Netanyahu, aggiungendo in un’altra intervista di essere lui a "chiamare tutte le battute". Questa presa di posizione, netta e volutamente pubblica, è arrivata poche ore dopo che Israele aveva colpito obiettivi in Iran, sfidando di fatto la richiesta esplicita dell’amministrazione americana di non procedere con ulteriori ritorsioni.
L’allora presidente (oggi tornato alla Casa Bianca da oltre un anno) aveva implorato Netanyahu di non attaccare, sostenendo che un’escalation avrebbe minato i negoziati in corso con Teheran, che lui stesso definiva "molto vicini" a una svolta. La risposta israeliana, seppur circoscritta e mirata (voci non confermate parlano di attacchi a siti militari e non al programma nucleare), ha rappresentato un atto di disobbedienza calcolata, una mossa che espone le profonde crepe in quella che fino a pochi mesi fa appariva un’alleanza granitica.
Interessi divergenti e calcoli elettorali
L’asse Washington-Gerusalemme mostra dunque i primi segni di cedimento strutturale, e il motivo va cercato nelle agende politiche dei due protagonisti. Da un lato Trump, che corre per la rielezione (o meglio, che è già stato rieletto e governa da oltre un anno, con le midterm alle porte) e che considera il conflitto prolungato un’zavorra economica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto schizzare i prezzi del petrolio, un danno elettorale enorme per chi cerca la conferma del proprio elettorato.
Dall’altro lato Netanyahu, alle prese con una difficile campagna per la rielezione e con una credibilità militare messa a dura prova: dopo gli attacchi del 7 ottobre, la sua promessa di sicurezza totale è stata infranta più volte, e ogni cessate il fuoco imposto dall’esterno rischia di apparire ai suoi occhi – e a quelli dei suoi elettori – come una resa. Per il premier israeliano, mantenere viva la pressione militare su Hezbollah in Libano e sull’Iran è un’ancora di salvezza politica, anche a costo di inimicarsi il principale alleato.
Non a caso, i raid israeliani su Beirut sono ripresi nonostante il veto americano, innescando la risposta diretta dei guardiani della rivoluzione.
Il dilemma strategico di Netanyahu
Netanyahu si trova quindi intrappolato in un classico dilemma del prigioniero, ma declinato in chiave geopolitica. Se si piega alle richieste di Trump – che chiede moderazione per concludere l’accordo con Teheran – rischia di perdere consenso interno, apparendo come un burattino nelle mani degli Stati Uniti e lasciando intatta (agli occhi dell’opinione pubblica israeliana) la minaccia esistenziale rappresentata dalle milizie sciite.
Se invece continua a forzare la mano, colpendo in autonomia, ottiene un vantaggio tattico immediato (interrompe i lanci di missili da nord), ma logora il credito politico con Washington, essenziale per la sopravvivenza del suo governo. Le cronache riportano di un faccia a faccia particolarmente acceso durante l’ultima telefonata, con Trump che avrebbe usato un linguaggio tutt’altro che diplomatico per esprimere il proprio disappunto, arrivando a mettere in dubbio la lealtà del diretto interessato.
Eppure, nonostante le parole dure, nessuno dei due vuole realmente la rottura: gli Stati Uniti non possono permettersi un partner indisciplinato che fa saltare i tavoli negoziali, e Israele non può sopravvivere senza lo scudo americano. È un gioco al massacro, fatto di pressioni e colpi bassi, dove ogni mossa viene studiata in funzione della reazione dell’altro.
L’ombra della guerra per procura
Sullo sfondo, ma non troppo, rimane la partita con l’Iran. L’attacco di Teheran – il primo diretto contro Israele partito dal proprio suolo dopo decenni di "guerra ombra" – ha cambiato le regole del conflitto. Mojtaba Khamenei, successore del padre Ali, ha dimostrato una capacità di reazione immediata che in pochi gli attribuivano, colpendo obiettivi nel nord di Israele in risposta ai raid su Beirut.
La sua determinazione a bloccare lo Stretto di Hormuz e a colpire le petroliere in transito ha reso la crisi globale, costringendo Trump a cercare una via d’uscita negoziata che possa salvare la faccia a tutti. Tuttavia, ogni tentativo di mediazione si scontra con la realtà dei fatti sul campo: Israele continua a bombardare Tiro e le roccaforti di Hezbollah, mentre i mediatori americani faticano a far rispettare i patti di non aggressione.
Le parole del ministro Ben Gvir ("Teheran deve bruciare") e quelle, altrettanto dure, di Trump verso il governo israeliano, raccontano di una regione sull’orlo di una guerra totale, trattenuta solo dai rischi di un collasso finanziario globale. In questo quadro, la "solitudine" degli Stati Uniti alle Nazioni Unite – rimasti praticamente soli a votare contro le risoluzioni di cessate il fuoco – è solo il sintomo più evidente di una strategia che appare sempre più priva di coordinate condivise.




