Bibi cede: negoziati col Libano negli States
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Redazione Esteri
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La guerra, si sa, non è mai solo una questione di frontiere, ma di ossessioni. E l’ossessione di Israele, quella che muove i suoi carri armati e i suoi droni, è la sopravvivenza, un concetto talmente radicato nella sua dottrina militare da rendere ogni concessione, anche quelle dettate dagli alleati, un atto di dolorosa pragmatismo. È in questo quadro, fatto di sfiducia profonda verso la galassia sciita e le sue propaggini libanesi, che va letta la mossa a sorpresa di Benjamin Netanyahu. Il premier, storico falco per antonomasia, ha accettato di sedersi al tavolo dei negoziati diretti con il governo di Beirut, un governo che, va ricordato, non è riuscito a mantenere gli impegni presi nell’accordo del 2024, ovvero il disarmo di Hezbollah e il suo arretramento oltre il fiume Litani.
Si tratta di un gesto, questo sì, di evidente portata politica, ma dedicato quasi esclusivamente a Donald Trump. Il presidente americano, ormai stabilmente alla Casa Bianca da più di un anno, ha fatto scendere tutta la sua influenza sull’alleato israeliano per scongiurare il rischio che i raid in corso potessero far saltare il più delicato tavolo con l’Iran. La pressione, insomma, ha avuto esito positivo, e così la prossima settimana, negli Stati Uniti, si apriranno colloqui che hanno sulla carta un obiettivo ambizioso: il disarmo della milizia sciita e l’avvio di relazioni pacifiche tra due nazioni tecnicamente ancora in guerra. Una prospettiva, quest’ultima, che suona quasi come una provocazione se osservata dalla sponda opposta del conflitto.
L’accordo tradito e il fronte invisibile
Difficile, in questo frangente, non cadere in un certo scetticismo. Il governo del Libano, quello stesso che qualche mese fa vagheggiava di cacciare l’ambasciatore iraniano per poi arenarsi di fronte alle difficoltà reali, appare oggi un interlocutore fragile per garantire la pace con il "proxy" sciita più bellicoso della regione. Eppure, le diplomazie corrono veloci mentre le bombe continuano a cadere. Lo dimostra la realtà sul terreno, dove il capo di stato maggiore delle Idf, generale Eyal Zamir, ha voluto chiarire con la consueta brutalità militare che non esiste alcun cessate il fuoco: "Le nostre forze sono in stato di guerra", ha dichiarato durante una visita nei pressi di Bint Jbeil, nel sud del Libano, dove i combattimenti contro Hezbollah infuriano senza sosta.
A rendere il quadro ancora più intricato ci pensano le infrastrutture. Siamo stati testimoni, nei giorni scorsi, della distruzione dell’ultimo ponte rimasto in piedi sul fiume Litani, un’arteria fondamentale per la logistica e per le vie di fuga dalla regione. Dei sette esistenti, ne è rimasto in piedi uno solo, presidiato ora dall’esercito libanese mentre i droni israeliani, in un ronzio minaccioso, ne sorvolano l’area come sciacalli pronti a dare il colpo di grazia all’intera rete viaria. Questa strategia di logoramento rischia di lasciare completamente isolata anche la missione Unifil, i cui caschi blu, compresi quelli italiani, si trovano sempre più spesso in mezzo al fuoco incrociato.
Attriti diplomatici e il polverone sulla missione italiana
La tensione, inevitabilmente, si scarica anche sui contingenti internazionali. L’episodio che vede coinvolti i soldati italiani è emblematico delle incomprensioni sul campo: un convoglio logistico, diretto a Beirut per operazioni di rimpatrio, è stato bloccato da colpi di avvertimento israeliani che hanno danneggiato un veicolo, senza per fortuna causare feriti. La reazione di Roma è stata immediata, con la Farnesina che ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti, mentre da Tel Aviv arriva una versione diametralmente opposta: fonti militari israeliane accusano i militari italiani di essere "entrati in modo piuttosto aggressivo" in una zona di guerra attiva senza coordinarsi, tentando addirittura di sfondare una barriera.
Un incidente, questo, che si inserisce in un solco già tracciato di recenti attriti, acuiti dalla convinzione israeliana che la missione Unifil abbia sostanzialmente fallito il suo mandato, incapace di arginare l’espansione di Hezbollah a ridosso del confine. Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, dal canto suo, chiede un rafforzamento della presenza militare nella capitale, mentre il Paese dei cedri cerca di navigare a vista in una tempesta perfetta, diviso tra la richiesta di tregua della popolazione civile e l’egemonia armata del partito di Dio. I negoziati di Washington, insomma, partono già zoppi, gravati dal peso di un’eredità di violenza e di promesse non mantenute che rischia di farli naufragare ancora prima di cominciare.




