La doppia faccia del potere: i ‘Bibi Files’ e l’assedio digitale alle aziende italiane

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Negli ultimi mesi, il panorama delle minacce informatiche per il tessuto imprenditoriale nazionale ha registrato un’impennata silenziosa ma pervasiva, legata a una tecnica subdola che sfrutta la fiducia riposta nelle comunicazioni quotidiane. La frode cosiddetta “Man in the Middle” – l’attacco in cui l’hacker si insinua come un ospite indesiderato ma invisibile nel dialogo digitale tra due parti – sta colpendo con crescente frequenza i rapporti tra aziende e fornitori. Il meccanismo, nella sua essenza criminale, è semplice quanto efficace: intercettare le e-mail contenenti richieste di pagamento e alterarne il contenuto, sostituendo il codice IBAN legittimo con un altro, naturalmente controllato dai truffatori. Molte delle segnalazioni pervenute alle autorità descrivono un modus operandi che non richiede neppure una particolare sofisticazione tecnica, ma piuttosto una meticolosa capacità di osservazione e pazienza nell’attendere il momento opportuno per colpire.

L’ombra lunga del ‘Man in the Middle’ e la vulnerabilità delle pmi

Proprio la semplicità di questo approccio, unita alla difficoltà di individuare l’intrusione prima che il danno sia compiuto, ne ha decretato il boom di segnalazioni negli ultimi mesi. Non si tratta, è bene sottolinearlo, di un virus o di un attacco brute force, bensì di una manipolazione dei flussi informativi che aggira persino i sistemi di protezione più aggiornati. Un dipendente, leggendo una mail che sembra provenire dal suo storico fornitore, si fida del tasso di cambio o della fattura allegata; eppure, dietro quella richiesta apparentemente identica alle precedenti, si cela l’intermediario occulto che ha già modificato il destinatario del bonifico. Le indagini in corso, al momento frammentate e condotte principalmente dalle procure territoriali, faticano a tenere il passo con la mole di episodi denunciati, spesso da piccole e medie realtà che scoprono l’inganno solo a distanza di settimane, quando il denaro è ormai irreperibile.

Carlson, Netanyahu e il documentario bandito che diventa virale

Su un versante completamente diverso, ma ugualmente segnato da dinamiche di potere e informazione controllata, si muove la vicenda del giornalista statunitense Tucker Carlson. Vicino alla galassia Maga e noto per le sue posizioni critiche verso l’interventismo militare della Casa Bianca – una Casa Bianca che oggi vede nuovamente Donald Trump presidente – Carlson ha comprato i diritti del documentario su Benjamin Netanyahu che in Israele è stato bandito. Il film, che mostra il lato oscuro del potere del premier, scorre attraverso immagini di regali di lusso, pressioni esercitate sui media e le pesanti accuse di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale pur di mantenere la propria posizione. Eppure, nonostante il divieto di diffusione nello Stato ebraico, l’acquisto da parte di Carlson ha dato al progetto la spinta mediatica che mancava.

I ‘Bibi Files’ e le rivelazioni degli interrogatori

Il documentario, dal titolo “The Bibi Files”, è stato realizzato nel 2024 dalla regista e produttrice sudafricana Alexis Bloom. Si tratta di una produzione americana che analizza a fondo il processo per frode e corruzione a carico di Netanyahu, un procedimento giudiziario apertosi ufficialmente nel 2020 ma le cui investigazioni erano già partite nel 2016. L’intervista condotta da Carlson ad Alex Gibney, produttore del film – un’opera di due ore basata su migliaia di ore di filmati degli interrogatori di polizia – ha fatto sì che il materiale, nonostante il rifiuto dei principali media di pubblicarlo e il tentativo personale di Netanyahu di bloccarlo, diventasse improvvisamente virale. Spezzoni del documentario sono stati diffusi online, scatenando quella che alcuni definiscono una piccola bomba informativa proprio mentre il premier israeliano si trova ancora al centro della scena politica internazionale. Le rivelazioni contenute in quelle bobine, a lungo tenute nascoste, non riguardano solo i presunti illeciti personali, ma disegnano un sistema di relazioni opache tra potere politico, finanziamenti occulti e controllo dell’informazione.

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