Il boia di Bibi: la pena di morte per i palestinesi ora è legge, l’Ue chiamata a rompere con Israele
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Gerusalemme ha compiuto un passo che molti osservatori, proprio alla luce delle tensioni seguite al sette ottobre, avevano fin qui considerato una linea rossa invalicabile. La Knesset, con una votazione che ha registrato sessantadue favorevoli e quarantotto contrari, ha approvato un emendamento che stravolge l’ordinamento militare nei Territori occupati, rendendo di fatto la pena di morte la sentenza obbligatoria per i palestinesi accusati di omicidio volontario in “atti di terrorismo”. Si tratta di una norma, spinta con decisione dall’ala radicale del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che abbatte le residuali garanzie giudiziarie: per i detenuti arabi in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est, non sarà più necessaria né la richiesta esplicita dell’accusa né l’unanimità dei giudici militari per emettere la condanna capitale. L’impiccagione, prevista entro novanta giorni dalla sentenza definitiva, diventa così l’esito naturale di un processo dove l’alternativa dell’ergastolo è relegata a “circostanze speciali” mai specificate.
L’anomalia giuridica di una legge fatta su misura
Se si esamina la struttura del provvedimento, salta subito all’occhio la sua natura marcatamente discriminatoria, un aspetto che trenta organizzazioni umanitarie (tra cui Amnesty International e Human Rights Watch) hanno denunciato con un appello urgente rivolto all’Unione europea. Teoricamente, la legge si applicherebbe a chiunque uccida con l’intenzione di “negare l’esistenza dello Stato di Israele”; in pratica, come spiegano i legali di Adalah, questa clausola è talmente astratta da rendere impossibile la sua applicazione a un cittadino israeliano o a un colono, i quali restano sotto la giurisdizione dei tribunali civili. Per i palestinesi, invece, l’emendamento cancella qualsiasi discrezionalità del giudice: il boia, per così dire, è già nella stanza. Va ricordato, in questo contesto, il contenuto del libro ‘Genesi’ dell’inviata Elena Testi, dove si documenta come l’estrema destra abbia consolidato il proprio potere grazie a finanziamenti esteri e alla violenza sistematica negli insediamenti illegali. Quella che oggi diventa legge era già una prassi, una cultura politica radicata che ora trova una veste giuridica formale.
La spaccatura interna e il silenzio dell’opinione pubblica
Non tutto il fronte interno, tuttavia, ha applaudito la riforma. Figure vicine all’apparato di sicurezza, come l’analista Sima Shine, hanno ribadito che i vertici militari e i servizi segreti (lo Shin Bet) sono contrari alla pena di morte, ritenendola inefficace per prevenire attacchi come quello del sette ottobre e dannosa per la gestione dei prigionieri sensibili. L’opposizione, guidata da Yair Golan, ha parlato di una “legislazione inutile”, pensata solo per alimentare la base elettorale di Ben-Gvir. Eppure, l’onda d’urto emotiva provocata dal massacro di oltre mille duecento israeliani ha reso questo discorso impopolare: una larga fetta dell’opinione pubblica, ferita e assetata di vendetta, vede nella corda una risposta necessaria, anche a costo di isolare il paese sulla scena mondiale. È un cortocircuito politico pericoloso, dove la richiesta di sicurezza finisce per legittimare meccanismi giudiziari tipici delle dittature.
L’Unione europea e la prova dell’accordo di associazione
L’appello delle Ong, perciò, arriva in un momento di massima tensione diplomatica. L’Alta rappresentante Kallas ha già ricordato che l’Accordo di Associazione Ue-Israele è vincolato al rispetto dei principi democratici, clausole che secondo un riesame del giugno 2025 sarebbero già state violate a Gaza e in Cisgiordania. Le organizzazioni chiedono ora la sospensione immediata della parte commerciale dell’intesa, una mossa che Parigi, Berlino, Roma e Londra avevano paventato come possibile proprio alla vigilia del voto in Knesset. Bruxelles, tuttavia, appare ancora divisa: da un lato c’è la necessità di difendere il diritto internazionale, calpestato da una norma che istituzionalizza la segregazione; dall’altro, la consapevolezza che rompere con Netanyahu potrebbe indebolire l’unica voce occidentale ascoltata in Medio Oriente. Per i palestinesi, come scrive chi segue le carceri di Ofer e Megiddo, questa legge non cambia molto la realtà: le esecuzioni sommarie e le torture letali erano già una pratica consolidata ben prima del voto. La vera posta in gioco, ora, è se l’Europa avrà il coraggio di chiamare il crimine con il suo nome, o se assisterà in silenzio a questo ulteriore scivolamento nell’abisso.




