Riforma Bernini per Medicina, la difesa della ministra e l'analisi del Gimbe: un semestre filtro sotto accusa
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Redazione Interno
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La ministra Anna Maria Bernini è intervenuta in aula, in un clima di vivaci polemiche, per difendere la riforma dell'accesso a Medicina dopo che il primo appello del cosiddetto semestre filtro ha registrato una percentuale di promossi inferiore al dieci per cento. Secondo la ministra, che ha respinto con forza le definizioni di “fallimento” o “flop”, parlare di insuccesso significa non comprendere la struttura della nuova procedura, la quale si articola in due appelli e prevede una successiva graduatoria di recupero. “Siamo al primo tempo e mezzo di una procedura che si svolge in tre tempi”, ha dichiarato, cercando di arginare le critiche che arrivano da più parti e che chiedono, in alcuni casi, perfino le sue dimissioni.
Le critiche della Fondazione Gimbe alla riforma
A contestare radicalmente l’impianto della riforma, definendola “superflua” e “un flop annunciato”, è la Fondazione Gimbe, la quale sostiene che le modalità adottate non premierebbero affatto il merito. La fondazione, che aveva già espresso le sue perplessità in sedi istituzionali, pone l’accento su una questione di fondo: aumentare il numero di medici formati, senza parallelamente agire per trattenere i professionisti nel Servizio Sanitario Nazionale, rischia di rivelarsi un’operazione vana. Il timore espresso è quello di utilizzare ingenti risorse pubbliche per creare una nuova pletora di medici che, a causa delle note criticità del sistema pubblico, finirebbero per orientarsi verso il libero mercato o l’estero, lasciando irrisolti i problemi strutturali.
Il nodo della fuga dei medici dal settore pubblico
L’analisi del Gimbe, infatti, sposta il dibattito dal piano della selezione degli studenti a quello, ben più ampio e complesso, della crisi della professione medica in Italia. La vera emergenza, si sottolinea, non è una presunta carenza numerica da colmare con più laureati, ma la fuga dei medici già formati dalla sanità pubblica, un fenomeno alimentato da condizioni lavorative spesso insostenibili e da una retribuzione non all’altezza. In particolare, alcune specialità risultano poco attrattive, così come la carriera di medico di famiglia, un pilastro del Ssn che sembra perdere appeal tra le nuove generazioni di camici bianchi.
Oltre la polemica sui quiz: la sfida sistemica
La discussione, quindi, se da un lato si è accesa sui risultati dei test e sull’efficacia del meccanismo selettivo, dall’altro evidenzia una frattura più profonda riguardo alle priorità d’intervento. Mentre il governo, attraverso la voce della ministra Bernini, insiste nel portare avanti la riforma descrivendola come un percorso articolato i cui esiti vanno valutati a completo svolgimento, le critiche chiedono una riflessione politica immediata. Questa dovrebbe concentrarsi non solo sulla fase d’ingresso nelle facoltà di Medicina, ma soprattutto sulle misure concrete necessarie a rendere di nuovo desiderabile una carriera nel settore pubblico, arginando un esodo che mina la tenuta stessa del sistema sanitario nazionale.




