Milano, la rivolta dei giovanissimi: odio senza nemici e la piazza come palestra di potere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Hanno spesso dodici o tredici anni, arrivano dalle periferie e nelle immagini delle due notti milanesi colpiscono per un dettaglio che sfugge alla conta dei danni: non c'è un avversario riconoscibile, non c'è un bersaglio politico definito. Asher Daniel Colombo, professore di Sociologia generale all'Università di Bologna, ha letto quelle scene mettendo l'accento su una parola che ricorre più della rabbia: l'odio. Un odio per la città, per ciò che la circonda, non rivolto a qualcuno in particolare.

È il segno di una frattura che non passa più per il conflitto sociale tradizionale, quello che opponeva gruppi con interessi contrapposti e rivendicazioni negoziabili.

La piazza come scena del riconoscimento

La sociologa Maria Grazia Lezzi, presidente della Società italiana di sociologia, ha spiegato all'ANSA che per i giovanissimi coinvolti la piazza diventa il luogo in cui finalmente emergere, diventare protagonisti e imporsi alla società. Il gruppo dei coetanei, in una fase in cui l'identità personale è ancora in costruzione, crea un senso di protezione e insieme attenua il peso della responsabilità individuale: ciò che da soli non si farebbe, nel branco diventa possibile.

Per i più piccoli è l'effetto di trascinamento a pesare, con i ragazzi più grandi che assumono il ruolo di leader e modelli di riferimento.

Laura Pigozzi, psicanalista esperta di adolescenza, rovescia però la prospettiva e indica nella distruzione una ricerca di potere immediato. Chi ha sperimentato l'impotenza, per ragioni anagrafiche o per il tipo di educazione ricevuta, trova nel vetro infranto e nella vetrina svuotata una sensazione di dominio istantaneo. La violenza arriva quando l'istituzione, l'interlocutore capace di ascoltare e cambiare le cose, viene percepita come insufficiente: non resta nessuno a cui chiedere, e la rabbia si scarica sugli oggetti.

Le periferie scoperte e il dato scolastico

Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia dell'emigrazione all'Università degli Studi di Milano, ha parlato di una scoperta collettiva: per la prima volta in questa misura, le città italiane si sarebbero accorte di avere le proprie banlieue. Non si tratta soltanto di una suggestione giornalistica. I numeri sulla scuola dicono che il quarantotto per cento degli alunni con cittadinanza straniera è in ritardo scolastico e che i tassi di abbandono superano di venti punti quelli dei coetanei italiani.

Sono sacche di difficoltà che si traducono in marginalità sociale, in quartieri di case popolari dove intere famiglie vivono stipate in appartamenti minuscoli.

Ambrosini tiene però a precisare che la componente migratoria non esaurisce il fenomeno: nella massa dei ragazzi scesi in strada c'erano anche italiani, compresi figli della classe media, trascinati da istinti imitativi e dalla forza del gruppo. E in tanti si erano mobilitati per ragioni che precedevano il saccheggio: le condizioni della scuola pubblica, gli edifici fatiscenti, le palestre inagibili, i laboratori carenti. La protesta contro il carovita era partita da lì, da una rivendicazione che riguardava studenti e famiglie, prima di deragliare nelle vie dello shopping.

Il conto delle due notti

Il bilancio delle forze dell'ordine dopo il fine settimana parla di duecentoventuno minorenni accompagnati in questura, centosettantaquattro sottoposti a fermo e ventotto denunciati, con quattordici agenti rimasti feriti. Le vetrine prese di mira appartengono a catene sportive e supermercati, ma anche a negozi di abbigliamento e librerie.

La vice sindaca Anna Scavuzzo ha ammesso che il dispositivo di ordine pubblico non era adeguato al tipo di guerriglia: i ragazzi arrivavano alla spicciolata dalle metropolitane, si ricompattavano, si toglievano una giacca e si confondevano con la folla del sabato pomeriggio.

La mappa dei bersagli, secondo Pigozzi, racconta una componente di invidia sociale. Colpire i templi del consumo che si vedono ma non si possono frequentare somiglia a una forma di esproprio, in un sistema che presenta l'oggetto come feticcio imprescindibile e poi lo rende inaccessibile a una parte dei suoi giovani. Non è la fame dei Promessi sposi, aveva osservato nei giorni scorsi lo psichiatra Claudio Mencacci: è la pretesa di appropriarsi di simboli di status senza pagarne il prezzo, in un cortocircuito tra intolleranza ai limiti e percezione di impunità.

L'imitazione francese e il conflitto senza sbocco

L'onda di protesta, ha ricordato Lezzi, è iniziata in Francia e poi è arrivata nelle città italiane, con un malessere comune fatto di richieste di ascolto e riconoscimento rivolte ai decisori politici. A pesare su questa generazione è soprattutto l'incertezza del futuro, che destabilizza e può fare da detonatore.

Ambrosini ha aggiunto un elemento di contesto: mentre a Parigi il governo ha promesso repressione ma anche investimenti nelle scuole e l'apertura di un canale con i rappresentanti dei giovani, in Italia la risposta si è finora fermata alla promessa di pugno duro.

Nelle ore successive agli scontri, davanti alla questura di Milano, alcuni dei ragazzi fermati hanno parlato all'ANSA con parole che non lasciano spazio all'ambiguità: abbiamo fame, vogliamo cambiare le nostre vite ma non ci riusciamo, lo Stato dovrebbe aiutarci e non lo fa, per questo facciamo casino. Uno dei minorenni ha aggiunto che le proteste si estenderanno agli altri Paesi europei a causa della crisi.

Il conflitto, aveva concluso Lezzi, fa parte della democrazia, ma la rabbia non può diventare giustificazione della violenza: il passaggio che manca è quello dalla piazza-distruzione alla partecipazione consapevole.

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