Natanz nel mirino, l'Aiea frena: "Nessuna prova di attacco agli impianti"
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Redazione Esteri
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Il fronte nucleare iraniano torna al centro della tempesta, nel mezzo delle operazioni militari che da giorni vedono Stati Uniti e Israele colpire obiettivi della Repubblica Islamica. Mentre le sirene e le esplosioni continuano a scandire le ore in diverse province, è la parola “Natanz” a riaccendere la tensione internazionale. L'ambasciatore iraniano presso l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, Reza Najafi, ha infatti denunciato ai giornalisti, a margine di una riunione del Board of Governors a Vienna, un nuovo attacco proprio contro il complesso di Natanz, il più grande sito per l'arricchimento dell'uranio del paese, un'infrastruttura che, nel corso degli anni, è già stata più volte al centro di sabotaggi e azioni belliche.
La dichiarazione di Najafi, secca e priva di dettagli operativi specifici, ha immediatamente sollevato un interrogativo cruciale in un conflitto che si combatte anche sul filo del rischio radiologico: sono stati effettivamente colpiti impianti che contengono materiale nucleare? Dall'altra parte del tavolo, tuttavia, la posizione dell'Aiea, guidata da Rafael Grossi, è al momento diametralmente opposta e decisamente più cauta. Grossi, intervenuto di fronte agli stati membri, ha ribadito che l'agenzia non dispone di “indicazioni” che gli impianti nucleari iraniani, inclusi il reattore di Teheran e la centrale di Bushehr, abbiano subito danni o siano stati centrati.
Il conflitto di narrazioni e il silenzio degli ispettori
Si determina così uno stallo informativo non nuovo, ma reso ancora più opaco dall'isolamento in cui operano gli ispettori sul terreno. Lo stesso Grossi ha dovuto ammettere che l'agenzia, dal suo Incident and Emergency Center, sta monitorando la situazione principalmente attraverso immagini satellitari, proprio a causa dell'impossibilità di comunicare con le autorità di regolamentazione nucleari iraniane. I contatti, ha spiegato, sono al momento interrotti e, sebbene vi sia la speranza di ricostituire al più presto un canale diretto, la realtà fattuale è che dallo scorso giugno, data della precedente, massiccia offensiva, Teheran non ha più consentito il ritorno degli ispettori nei siti colpiti.
Natanz, un obiettivo sensibile nella geografia dell'atomica
La provincia di Isfahan, dove sorge Natanz, è stata del resto scenario di forti esplosioni nelle ultime ore. Media iraniani e internazionali hanno riferito di detonazioni udite nelle vicinanze di un impianto nucleare e di una base aerea, ma senza che vi sia stata, al momento, una conferma ufficiale sull'entità degli eventuali danni collaterali. Il complesso di Natanz, che ospita impianti di arricchimento sia in superficie che sotterranei, rappresenta il cuore del programma. Sebbene la Repubblica Islamica non abbia mai dichiarato di voler perseguire la bomba, le valutazioni dell'Aiea descrivono un programma avanzato, con scorte di uranio arricchito fino al 60%, una soglia tecnicamente molto vicina al grado bellico. La distruzione o la manomissione di tali strutture, in un contesto di conflitto attivo, rende complessa qualsiasi verifica esterna sullo stato del materiale fissile.
Il monitoraggio a distanza e le tracce dal satellite
La difficoltà oggettiva per l'agenzia Onu è quella di certificare lo stato di salute di impianti che non può visitare. L'analisi delle immagini satellitari commerciali, che pur mostra movimenti di veicoli o attività nei pressi di siti come Fordow o Isfahan, non può evidentemente sostituirsi alla presenza fisica di un tecnico con un contatore Geiger. Grossi, pur confermando che non sono stati rilevati livelli anomali di radiazioni nei paesi confinanti con l'Iran, ha lanciato un monito chiaro: la presenza di centrali e reattori di ricerca in una regione teatro di operazioni militari su larga scala rende il margine di rischio estremamente sottile. Una fuga radioattiva, accidentale o provocata, resta un'ipotesi che gli esperti non possono escludere categoricamente.
Il quadro strategico tra diplomazia e bunker buster
Le dichiarazioni belliche di queste ore si inseriscono in un contesto più ampio, dove il tavolo diplomatico sembra ormai un ricordo. Le recenti trattative di Ginevra, mediate dall'Oman, non hanno prodotto risultati concreti, con Washington che avrebbe avanzato richieste considerate da Teheran come “eccessive”, tra cui lo smantellamento dell'infrastruttura nucleare. Le operazioni in corso, che analisti del settore descrivono come mirate a “decapitare” il programma e a degradare le difese aeree nemiche, paiono dunque seguire una logica di interdizione militare. Il fatto che, secondo fonti citate dall'Institute for the Study of War, siano stati utilizzati ordigni bunker buster contro basi missilistiche e che si parli di attacchi anche alle infrastrutture per la propaganda e la sicurezza interna, suggerisce una campagna pensata per avere un effetto duraturo e non solo dimostrativo. In questo quadro di scontro aperto, la verifica dei danni a Natanz rimane però sospesa, in attesa che il silenzio degli ispettori lasci spazio a prove più concrete delle opposte narrazioni.




