La regia unica degli anarchici e l’assalto al volto di un poliziotto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È una vecchia storia, quella del corteo che parte come manifestazione di dissenso e finisce con un agente a terra sanguinante. Sabato scorso, a Roma, la copione si è ripetuto con una violenza che non ha lasciato spazio ad ambiguità: un vicedirigente della Digos, Francesco Romano, è stato raggiunto al volto da una bottiglia di vetro lanciata con una tale forza da spaccargli la fronte, mancando di pochissimo conseguenze ben più gravi. L’episodio, avvenuto durante la mobilitazione nazionale indetta da diversi gruppi anarchici nel quartiere San Lorenzo, ha trasformato quella che doveva essere una “passeggiata” in solidarietà con Alfredo Cospito (il detenuto al 41 bis che da anni tiene banco nelle cronache giudiziarie) in una vera e propria guerriglia urbana.

La Digos, adesso, sta setacciando i frame delle bodycam e i filmati amatoriali per risalire al lanciatore, quello stesso individuo che si è mimetizzato tra i circa duecento manifestanti i quali, sfidando il clima di tensione, hanno sfilato urlando slogan contro il carcere duro. Dalle prime ricostruzioni, non si è trattato di un evento isolato: gli inquirenti hanno messo sotto la lente d’ingrandimento la posizione di ben 91 persone, molte delle quali trattenute per accertamenti o segnalate per aver tentato di sovvertire l’ordine pubblico, mentre sui social i canali affini al movimento – lungi dal prendere le distanze – hanno esultato con messaggi raccapriccianti come “corteo 1 – Digos 0 a bottigliate”. Non è solo una questione di ordine pubblico, insomma, ma di una strategia che sembra studiata a tavolino per provocare lo scontro.

Dalla fabbrica di bombe al parco degli Acquedotti

A rendere il quadro ancora più inquietante, però, è la constatazione che questi atti non nascono dal nulla. Negli ultimi mesi, gli stessi ambienti che ieri scendevano in piazza per Cospito hanno mostrato i muscoli in altre occasioni altrettanto drammatiche. Basti pensare all’esplosione divampata in un casolare abbandonato al Parco degli Acquedotti, un boato che il 19 marzo scorso ha ucciso due anarchici, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, mentre stavano maneggiando dell’esplosivo (probabilmente plastico e instabile) destinato a qualche obiettivo sensibile. Lì, in quella mattina di sole, la morte li ha sorpresi mentre confezionavano un ordigno: un fallimento tecnico che ha tolto la vita a loro, ma che ha rivelato l’altissima pericolosità della rete.

C’è, nelle carte dell’inchiesta, il sospetto che quel manipolo di “artiglieri” fosse collegato alla galassia che gravita attorno a Cospito, un legame che trasforma una semplice commemorazione funebre (quella di domenica scorsa) in un pretesto per la rivolta. D’altronde, lo stesso corteo di sabato non era solo per il detenuto, ma anche “perché nulla sia stato vano” in memoria dei due compagni morti, quasi a trasformare una tragedia privata in un carburante per la lotta armata. È un salto di qualità, questo, che non sfugge agli analisti: non siamo più davanti a singole cellule scoordinate, ma a una rete che agisce in simultanea, capace di piazzare ordigni sui binari o di assaltare le forze dell’ordine con una regia unica.

Il governo e la reazione alla “violenza eversiva”

Di fronte a questa escalation, la politica ha risposto con durezza, schierandosi compatta a difesa dell’agente ferito. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha usato toni da “pugno di ferro” (“non riuscirete a intimidire lo Stato” è stato il messaggio diffuso sui social), mentre il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha telefonato personalmente al poliziotto per garantirgli la vicinanza del Viminale, promettendogli un incontro a breve. Non sono mancate, in questo coro di condanne, le voci di chi sottolinea come la libertà di manifestare – sacra in una democrazia – non possa trasformarsi in un lasciapassare per la violenza gratuita; il ministro Elisabetta Casellati ha parlato chiaro: “Chi attacca le forze dell’ordine attacca lo Stato”.

Eppure, nonostante la fermezza delle istituzioni, la tensione non accenna a diminuire. La parlamentare della Lega, Simonetta Matone, dopo aver commentato gli scontri, ha ricevuto una mail di minacce di morte (“muori subito”), un segnale che il clima di odio non si esaurisce al termine della carica, ma contamina anche il dibattito politico quotidiano. Dal canto loro, gli ambienti antagonisti rigettano ogni responsabilità, parlando di “accanimento mediatico” e sostenendo che sia la polizia a creare tensione in modo immotivato, una narrazione che, a fronte di un agente finito in ospedale con la testa spaccata, appare quanto meno sospetta.

Le indagini e il futuro del 41 bis

Mentre gli inquirenti setacciano il Pigneto e San Lorenzo alla ricerca del lanciatore della bottiglia (e dei complici che hanno coperto la fuga), la macchina giudiziaria avanza silenziosa. Le 91 persone finite nel mirino della Digos rischiano ora fogli di via obbligatori o denunce per resistenza e lesioni, ma l’obiettivo primario resta quello di individuare i “cervelli” operativi di questa regia unica che, secondo le ricostruzioni, si appoggia ai collettivi e alla galassia antagonista. C’è da chiedersi, guardando a questi eventi, se la violenza di sabato non fosse solo un antipasto.

Lo sfondo di tutto resta la vicenda Cospito e il suo regime detentivo. Il ministero della Giustizia è atteso a una decisione cruciale entro l’inizio di maggio, quella sul prolungamento del 41 bis per l’anarco-insurrezionalista, e gli anarchici lo sanno bene: più ci si avvicina alla scadenza, più aumenta la pressione in piazza. Se il governo non arretrerà (come promesso), è lecito aspettarsi una replica, e forse anche peggio, di quanto visto sabato. La storia insegna che dove finisce la protesta pacifica, spesso, in questi ambienti, inizia la violenza; e stavolta, a farne le spese, è stato il volto insanguinato di un funzionario di polizia che faceva soltanto il suo dovere.

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