Giovanni Brusca è libero, 29 anni fa ad arrestarlo fu il teatino Luigi Savina

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notizia della scarcerazione di Giovanni Brusca, il "boia di Capaci", ha riaperto una pagina drammatica della storia italiana. Quella in cui, il 23 maggio 1992, un’esplosione voluta da Cosa Nostra uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Fu Brusca a premere il detonatore, eseguendo gli ordini di Totò Riina, di cui era uno dei sicari più spietati. Lo stesso uomo che, anni dopo, avrebbe confessato decine di omicidi – incluso quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, dissolto nell’acido – oggi è libero.

La sua scarcerazione, avvenuta dopo quattro anni di semilibertà, è il risultato della legge sui collaboratori di giustizia, uno strumento voluto dallo stesso Falcone. Un paradosso che pesa come un macigno, soprattutto per i familiari delle vittime, costretti ad assistere alla libertà di chi, per anni, è stato simbolo della ferocia mafiosa. Eppure, come sottolineato da Chiara Colosimo, presidente della commissione Antimafia, "i risultati di quella norma sono straordinari". Perché senza le rivelazioni dei pentiti, molte verità non sarebbero mai emerse.

L’arresto di Brusca, nel 1996, si deve al lavoro del sostituto procuratore teatino Luigi Savina, che riuscì a scovarlo in un covo dopo mesi di indagini. Una cattura che, all’epoca, sembrò una svolta. Ma oggi, a distanza di quasi tre decenni, la sua liberazione riaccende il dibattito su giustizia e memoria. Per alcuni, è la conferma che lo Stato può essere più forte della vendetta. Per altri, una ferita che non smette di sanguinare.

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