Brusca libero, Caselli: "Lo Stato credibile rispetta i patti, ma la rabbia è legittima"
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Redazione Interno
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«Pacta sunt servanda», ricorda Gian Carlo Caselli, il magistrato che, insieme ad Alfonso Sabella, catturò Giovanni Brusca il 20 maggio 1996 in un villino di Agrigento. «Capisco la rabbia dei familiari delle vittime», ammette con una pausa carica di tensione, «ma uno Stato che vuole essere credibile non può ignorare gli impegni presi».
Brusca, il boss mafioso responsabile di oltre centocinquanta omicidi – tra cui quelli di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, la scorta e il giovane Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido – ha ottenuto la libertà definitiva dopo venticinque anni di carcere e tre di libertà vigilata. Un epilogo che nel 2021 aveva scatenato le ire di Giorgia Meloni, allora all’opposizione, che lo definì «una vergogna senza fine».
La sua liberazione, però, non è un atto di clemenza, ma l’applicazione delle norme volute dallo stesso Falcone, che prevedono sconti di pena per i collaboratori di giustizia. Brusca, nonostante l’orrore dei suoi crimini, ha fornito informazioni decisive, svelando meccanismi e segreti di Cosa Nostra che hanno permesso colpi durissimi all’organizzazione.




