Giuseppe Graviano e la libertà di Brusca: il peso della giustizia e dei ricordi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Giuseppe Graviano, condannato all’ergastolo per il suo ruolo nelle stragi del ’92 e recluso nel carcere di massima sicurezza di Terni, potrebbe oggi trovarsi a riflettere – se pure gliene importa – sulla notizia che Giovanni Brusca, suo ex compagno di crimini, è un uomo libero. Una libertà ottenuta grazie alla legge sui collaboratori di giustizia, quella stessa norma che Falcone volle e che, paradossalmente, servì poi a incastrare anche i suoi assassini. Brusca, soprannominato "u verru" per la sua ferocia, ha scontato la pena prevista, beneficiando delle attenuanti concesse a chi, pur dopo aver commesso efferatezze inenarrabili, decide di collaborare.

Non è difficile immaginare cosa possa passare per la mente di Graviano, mentre i giorni scorrono identici nella sua cella. Brusca, che ammise di aver premuto il telecomando dell’attentato di Capaci, che partecipò all’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo – strangolato e sciolto nell’acido –, oggi cammina in una qualche città del Nord, protetto da un nuovo nome. Una verità giudiziaria pagata a caro prezzo, che per molti, soprattutto per le vittime, suona come una beffa. Nicola Di Matteo, fratello del bambino ucciso, non nasconde la rabbia: "Lo Stato ha fallito", dice, ricordando che per suo fratello, come per Falcone, Borsellino e le scorte, non ci sarà mai un "fine pena".

La legge, però, ha seguito il suo corso. Brusca, una volta latitante e boss di San Giuseppe Jato, ha parlato, contribuendo a far luce su decine di delitti. E se da un lato c’è chi sostiene che senza i pentiti la mafia sarebbe ancora più imprendibile, dall’altro resta il dolore di chi quelle stragi le ha vissute sulla propria pelle. Le ferite, come quelle inferte dalla bomba di via D’Amelio o dall’assassinio del piccolo Di Matteo, non smettono di bruciare. E ogni nuova svolta giudiziaria, ogni scarcerazione, ogni rivelazione, le riapre.

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