Le proteste in Marocco e la richiesta di riforme della Generazione Z
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Da oltre una settimana, il Marocco è attraversato da un'ondata di manifestazioni che, partendo dalle grandi città per diffondersi nei centri minori, vedono una partecipazione massiccia di giovani. Il movimento, che si identifica con il nome di “GenZ 212”, ha mantenuto per giorni un carattere fondamentalmente pacifico, articolando una richiesta chiara di riforme strutturali nei settori dell'istruzione e della sanità pubblica. Le sue radici affondano in un tragico episodio occorso ad Agadir, dove la morte di otto donne, ricoverate per un parto cesareo in un ospedale pubblico, ha agito da potente detonatore di un malessere sociale covato a lungo. “Siamo scesi in piazza per la gente, non solo per i giovani. Per tutti”, ha dichiarato Mohamed Gaamaz, una delle voci del collettivo, sottolineando una volontà di rappresentanza che va oltre le generazioni.
La svolta violenta e la reazione delle forze dell'ordine
Tuttavia, la situazione ha conosciuto una brusca e drammatica accelerazione, con la circolazione virale di un video ripreso a Oujda. Le immagini, che mostrerebbero un furgone della polizia travolgere un manifestante – il quale, stando alle ricostruzioni, avrebbe successivamente perso un arto – hanno innescato una spirale di violenza. Agli scontri di piazza sono seguiti episodi di gravità estrema, come l'assalto a un posto di polizia alle porte di Agadir, nella località di Lqliaa, che nella notte di mercoledì è costato la vita a tre persone. Questi fatti, che le autorità stanno indagando, hanno impresso una torsione conflittuale a una protesta nata con ben altri toni, complicando notevolmente il quadro generale e spostando l'attenzione anche sulle modalità di risposta delle forze dell'ordine.
Il caso dell'attivista Ibtissame Lachgar e la libertà di espressione
In un contesto già teso, un altro caso giudiziario ha catturato l'attenzione dell'opinione pubblica, mostrando le profonde fratture sociali del regno. Ibtissame Lachgar, attivista cinquantenne da sempre in prima linea per i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+, è stata condannata a trenta mesi di reclusione. La sentenza, che segue il suo arresto avvenuto pochi giorni dopo la pubblicazione di un post sui social network, è scaturita da una sua foto in cui indossava una maglietta con la scritta “Allah è lesbica”. Un gesto di provocazione consapevole, che la donna aveva già compiuto in passato senza conseguenze penali di tale rilevanza, e che il sistema giudiziario marocchino ha questa volta sanzionato con severità, alimentando un dibattito sui limiti della libertà di espressione.
Il peso del silenzio del re
Sullo sfondo di queste giornate concitate, che uniscono le rivendicazioni sociali della gioventù a istanze di diritti civili, si staglia l'assenza di una reazione pubblica da parte del re. Il suo silenzio, percepito da molti come un elemento di forte criticità, costituisce una variabile di notevole peso in un Paese dove la monarchia detiene un potere sostanziale. Mentre le proteste, con le loro diverse anime, continuano a chiedere ascolto e cambiamenti concreti, l'inerzia della risposta istituzionale più alta rischia di agire come un combustibile per un movimento che, nonostante tutto, non accenna a spegnersi.




