Melfi, lo stabilimento Stellantis riapre il terzo turno ma l’indotto resta in affanno

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un anno partito sotto i migliori auspici, con il settore automobilistico che, dopo un 2025 difficile, ha visto una crescita media dell’11,8% e un aumento complessivo delle immatricolazioni del 6,2%, non può che far ben sperare. Eppure, in Basilicata, pochi giorni dopo la diffusione di questi dati confortanti, a risuonare non è un coro di ottimismo ma il campanello d’allarme per le sorti della Snop Automotive, una delle aziende fornitrici dello storico sito produttivo di San Nicola di Melfi. Un paradosso che, se da un lato illumina i segnali di ripresa della casa madre, dall’altro proietta ombre lunghe sulla tenuta della filiera che la circonda, la quale continua a tremare nonostante gli annunci.

La ripresa a due velocità tra assemblaggio e componentistica

Proprio da Melfi, del resto, arrivano notizie che sembrano confermare una timida inversione di tendenza: circa ottocento dipendenti, infatti, sono tornati al lavoro con il terzo turno, portando la produzione giornaliera di furgoni da 640 a 820 unità. Un incremento che, seppur accolto con sollievo da quelle famiglie, si scontra con un mercato dei veicoli commerciali leggeri che nel 2025 ha registrato un calo del 13,5%, evidenziando come il percorso sia tutt’altro che lineare. La direzione aziendale, peraltro, ha più volte ribadito il proprio impegno sullo stabilimento lucano, promettendo – oltre ai modelli già noti come la nuova Jeep Compass ibrida, la DS8, la DS7 e la Lancia Gamma – l’arrivo di “un modello ulteriore”, una dichiarazione che mira a consolidare le prospettive del sito nel medio periodo.

Lo scenario contrastante negli altri stabilimenti italiani

Questi balletti produttivi, fatti di aperture e riduzioni, non sono un’eccezione ma piuttosto la regola in uno scenario industriale complesso come quello di Stellantis in Italia. A Termoli, ad esempio, si celebra un anniversario particolare: cinquant’anni di storia durante i quali, oggi, lavora in maniera continuativa soltanto il 60% della forza lavoro, mentre il resto naviga in un limbo fatto di trasferte temporanee e strumenti di sostegno al reddito. Un dato che, più di qualsiasi analisi, fotografa le difficoltà di un impianto il cui futuro viene periodicamente rassicurato dalle parole dei manager, i quali ne evocano la centralità strategica legata allo sviluppo di motori di nuova generazione e di trasmissioni innovative.

Il nodo irrisolto della filiera e le trattative in corso

Il vero punto critico, tuttavia, rimane la condizione dell’indotto, una questione che i sindacati giudicano “centrale e irrisolta” nonostante i segnali positivi emersi recentemente dal Tavolo Automotive convocato presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Lì si è parlato di un 2026 che dovrebbe segnare una crescita significativa dei volumi, trainata dai nuovi modelli, ma tale prospettiva sembra ancora troppo fragile per quelle aziende che della commessa di Melfi vivono. È questo il quadro, per molti versi contraddittorio, di un’industria che cerca di ripartire in salita: mentre gli stabilimenti principali accendono motori e turni, attorno a loro l’ecosistema di fornitori fatica a ritrovare un equilibrio stabile, restando sospeso tra dati macroeconomici incoraggianti e micro-realtà quotidiane ancora precarie.

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