Guerra in Iran, il conto salato per gli italiani: 1,7 miliardi di euro bruciati in due mesi tra benzina, bollette e mutui

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sessanta giorni di conflitto, una cifra che fatica a essere assorbita dai bilanci familiari: oltre 1,7 miliardi di euro. Questa la stima – elaborata da Facile.it e ripresa dalle principali agenzie di stampa – dell’esborso extra a carico degli italiani, calcolato limitatamente a tre voci di spesa strategiche come il carburante, le utenze domestiche e la rata del mutuo. Un’analisi, questa, che fotografa con cruda immediatezza l’impatto delle tensioni in Medio Oriente sul costo della vita quotidiana, laddove la trasmissione dello shock energetico avviene senza filtri: il display della pompa di benzina, per intenderci, riflette le oscillazioni del greggio molto più rapidamente di qualsiasi intervento governativo.

Il peso schiacciante dei carburanti

La fetta più consistente di questa “stangata” – si parla di circa 1,2 miliardi di euro – è assorbita dai rifornimenti, una voce, quest’ultima, che per sua natura subisce l’aumento del prezzo del petrolio in tempo reale. A marzo, il prezzo medio del diesel ha subito un’accelerazione notevole, passando da 1,70 euro al litro di febbraio a sfiorare i 2 euro, per poi attestarsi ad aprile su valori ben più alti della media. A conti fatti, un pieno di benzina da 50 litri costa oggi circa 88 euro, mentre per chi viaggia con un motore diesel la spesa sale vertiginosamente fino a 105 euro a pieno carico. E questa morsa, come è facile intuire, non strangola solo il pendolare: l’autotrasporto, cuore pulsante della logistica nazionale, vede lievitare i costi di una tratta standard di 3.000 chilometri di ben 262 euro in più, un rincaro che inevitabilmente sarà riversato a cascata sul prezzo finale dei prodotti sugli scaffali.

Luce, gas e il rischio delle forniture indicizzate

Se il caro-carburante colpisce in modo trasversale, il capitolo bollette presenta delle specificità tecniche che non vanno sottovalutate. Per chi è rimasto ancorato a un contratto a prezzo indicizzato nel mercato libero, l’aggravio tra marzo e aprile è stimato in oltre 40 euro; e qui è il gas a fare da traino, con una stangata del 16% che per una famiglia tipo si traduce in 36 euro in più solo per quella fornitura. La situazione, per i titolari di questi contratti variabili, rischia di non essere né passeggera né trascurabile: la proiezione per i prossimi dodici mesi parla di una spesa media di 2.165 euro per la somma di luce e gas, vale a dire 217 euro in più rispetto a quanto si sarebbe speso prima che il conflitto iniziasse. Le ripercussioni, in altre parole, sono destinate a sedimentarsi oltre l’emergenza immediata.

L’effetto silenzioso sui mutui variabili

Anche il fronte dei mutui, sebbene meno evidente a colpo d’occhio rispetto ai rincari alla pompa, ha iniziato a mostrare i primi segnali di cedimento. L’Euribor, nonostante la Banca Centrale Europea non abbia ancora materialmente alzato i tassi ufficiali, ha reagito alle aspettative di inflazione crescendo di circa 15 punti base; ciò si è tradotto in un aumento di 5 euro sulla rata di aprile e di altrettanti su quella di maggio per un mutuo variabile standard da 126.000 euro. Un incremento, questo, che potrebbe essere solo l’antipasto di una tendenza più strutturale, visto che stando ai Futures aggiornati al 23 aprile la rata mensile potrebbe arrivare a lievitare di quasi 40 euro entro la fine dell’anno. Un’eventualità, quest’ultima, che metterebbe a dura prova la capacità di risparmio di molte famiglie.

La reazione della politica e le coperture statali

Di fronte a questa morsa che stringe i consumatori, la politica ha cercato di mettere in campo argini tampone. Proprio nelle ultime ore, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto ufficialmente alla Commissione Europea di equiparare le spese energetiche a quelle per la difesa, invocando una maggiore flessibilità nei parametri di bilancio per sostenere famiglie e imprese. Ma Tajani stesso ha ammesso che le misure adottate finora – come il taglio delle accise sui carburanti, che è costato circa 1 miliardo allo Stato – restano interventi di emergenza a breve termine, mentre l’orizzonte del debito pubblico italiano (destinato a salire al 138,6% del PIL) rende difficile qualunque operazione a lungo raggio. E anche sul versante della produzione energetica, il governo non ha nascosto il rischio di un passo indietro: il ministro Pichetto Fratin ha dichiarato che se il prezzo del gas supererà i 70 euro al megawattora, si renderà necessario riattivare le centrali a carbone dismesse, un’ipotesi che segnerebbe una pesante inversione di rotta rispetto alla transizione ecologica.

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