Bollette, la guerra in Medio Oriente e il conto salato per 300mila piccole imprese

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sono trecentomila, per la precisione, le piccole imprese italiane che oggi si trovano a fare i conti con una voce di costo, quella energetica, la cui incidenza sul totale è schizzata in una forbice che va dal 12 al 40 per cento. A lanciare l’allarme, in queste settimane di conflitto, è la Cna Abruzzo, che ha messo nero su bianco il perimetro di una crisi silenziosa ma implacabile: un esercito di aziende che impiega oltre un milione e mezzo di dipendenti, molte delle quali – dalle lavanderie ai centri estetici, passando per l’autotrasporto, la meccatronica, la lavorazione della ceramica, le vetrerie e la trasformazione dei lapidei – vedono assottigliarsi giorno dopo giorno i propri margini. La guerra in Medio Oriente, con la sua capacità di innescare meccanismi speculativi sui mercati, ha già prodotto effetti tangibili a un mese dall’inizio delle ostilità: il prezzo del gas è aumentato di 26 euro per MWh, con un balzo dell’81 per cento, mentre l’energia elettrica è salita di 41 euro per MWh, segnando un +38 per cento.

La fotografia scattata dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre, del resto, non lascia spazio a facili ottimismi. Secondo le loro stime, ipotizzando consumi stabili rispetto al 2024, il conto complessivo per famiglie e imprese potrebbe toccare i 15,2 miliardi di euro solo per quest’anno, di cui 10,2 miliardi imputabili all’elettricità e 5 al gas. Un’evoluzione che, inevitabilmente, si rifletterà sulle bollette con prospettive tutt’altro che rassicuranti, anche se va detto che il contesto attuale – pur preoccupante – rimane distante dai picchi toccati nel 2022, quando il prezzo medio del gas arrivò a 123,5 euro e quello dell’energia elettrica toccò i 303 euro per MWh.

Mentre i riflettori restano puntati sul fronte geopolitico, le associazioni di categoria tentano di tracciare una linea d’azione. La Cna, con un’analisi che si concentra in particolare sulle province di Bolzano e Trento, ha chiesto con forza di incentivare l’autoproduzione, suggerendo alle amministrazioni locali di muoversi in quella direzione per scongiurare il tracollo delle aziende più energivore. Se le quotazioni attuali di petrolio e gas dovessero mantenersi fino a maggio, il sistema imprenditoriale si troverebbe a dover assorbire un aumento dei costi energetici pari a circa 6 miliardi su base annua rispetto al 2025, un peso che per molti settori rischia di diventare insopportabile.

L’incidenza dei costi e il peso strutturale della fiscalità

Il problema, per le piccole imprese, non è solo contingente. A rendere la situazione esplosiva è la combinazione tra l’impennata dei prezzi internazionali e una struttura di costo che in Italia è storicamente più pesante che altrove. Secondo un’analisi di Confartigianato su dati Eurostat, l’aliquota implicita sull’energia nel nostro Paese è superiore del 40,4 per cento rispetto alla media dell’Unione Europea, toccando i 348,9 euro per tonnellata equivalente di petrolio. Per le imprese con consumi inferiori a 20 MWh annui, il carico fiscale e parafiscale per chilowattora raggiunge livelli record: in Italia è il più alto tra i 27 Paesi membri, con un peso superiore del 92,5 per cento rispetto alla media europea. Un dato, quest’ultimo, che fa riflettere sul fatto che il differenziale tende a ridursi con l’aumentare dei consumi, diventando addirittura negativo oltre i 20.000 MWh annui: ne consegue che un’impresa in bassa tensione paga oneri di sistema undici volte superiori rispetto a una in alta o altissima tensione, delineando una redistribuzione interna che finisce per penalizzare i soggetti più piccoli.

Non stupisce, quindi, che il 75 per cento delle imprese del terziario – come emerge da un’indagine di Confcommercio Milano, Monza e Lodi – stia subendo effetti negativi dal conflitto, con una contrazione dei profitti prevista per quasi la metà degli operatori e il rinvio degli investimenti per oltre un terzo di loro. Il 93 per cento ritiene che la guerra influenzerà l’attività nei prossimi dodici mesi, e se per il 79 per cento degli intervistati servono interventi urgenti per ridurre il costo dell’energia, è evidente che l’emergenza non può più essere rinviata.

Il quadro normativo: il decreto bollette tra luci e ombre

A metà febbraio, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che tenta di rispondere a questa emergenza con una dotazione complessiva stimata in oltre 5 miliardi di euro. L’obiettivo dichiarato è superare la logica emergenziale, puntando su misure strutturali che incidano sulla formazione dei prezzi di energia elettrica e gas. Tra le disposizioni più rilevanti per le piccole imprese spicca la riduzione della componente tariffaria ASOS (oneri generali per fonti rinnovabili e cogenerazione) per tutte le utenze non domestiche in bassa, media, alta e altissima tensione non energivore, una misura che copre la quasi totalità delle imprese artigiane e manifatturiere di piccola dimensione. Il finanziamento arriva dall’aumento di due punti percentuali dell’aliquota IRAP per le imprese del comparto energetico, con un gettito di 431 milioni nel 2026 e 501 milioni nel 2027. L’effetto, per chi paga la bolletta, sarà visibile già a partire dalle fatturazioni di marzo.

Altra innovazione di sistema riguarda l’accesso ai Power Purchase Agreement, i contratti di acquisto di energia rinnovabile a lungo termine. Finora riservati ai grandi gruppi industriali, con il decreto vengono estesi anche alle PMI, che potranno aggregarsi per settore merceologico, profilo di consumo o territorio, con il supporto dell’Acquirente Unico e una garanzia di SACE fino a 250 milioni nel 2026. Sul fronte del gas, invece, l’eliminazione dello spread TTF-PSV – quel differenziale di prezzo di circa 2 euro per MWh legato ai costi di transito attraverso la rete svizzera – porterà benefici trasversali a tutti i consumatori, mentre la riduzione degli oneri di trasporto e distribuzione sarà riservata solo alle imprese con consumi superiori a 80.000 smc annui, una soglia che esclude di fatto la maggior parte delle microimprese e degli artigiani.

Criticità e squilibri di un sistema ancora troppo emergenziale

Proprio lì, nel dettaglio delle soglie e nella temporaneità delle risorse, si annidano le principali criticità segnalate dagli osservatori. Il Coordinamento FREE, pur riconoscendo la necessità di intervenire sulle bollette, ha sollevato forti perplessità sul meccanismo che prevede, a partire dal 2027, un rimborso per i produttori termoelettrici a gas relativo al differenziale di prezzo e alla componente ETS. Una misura che, secondo il Coordinamento, rischia di “creare un incentivo implicito a favore di una fonte fossile proprio mentre il sistema energetico europeo è impegnato in un percorso di progressiva decarbonizzazione”. Ancora più netta la posizione del WWF Italia, che ha parlato del pericolo di ribaltare il principio “chi inquina paga” a spese delle famiglie, neutralizzando il segnale di prezzo del carbonio che rappresenta uno dei principali driver economici della transizione.

Sul fronte della durata degli interventi, poi, c’è chi sottolinea come l’aumento IRAP che finanzia la riduzione ASOS si esaurirà nel 2028, lasciando intatto il problema di fondo: gli oneri di sistema italiani restano tra i più elevati d’Europa e il decreto, per quanto ambizioso, non modifica questa distorsione strutturale. Inoltre, la fuoriuscita volontaria degli impianti fotovoltaici dal regime incentivato – con relativo allungamento dei tempi di pagamento a dieci anni – rischia di tradursi in un extracosto futuro di circa 3 miliardi, che inevitabilmente tornerà a gravare sulle bollette. Un quadro, insomma, in cui le misure tampone si mescolano a tentativi di riforma, lasciando in bilico le 300mila imprese che di questa energia, costi quel che costi, non possono fare a meno.

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