L’inchiesta su Rocchi, quel fascicolo aperto oltre un anno fa prima della denuncia di Rocca
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Redazione Sport
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Il pm Maurizio Ascione, che da mesi lavora su un filone d’indagine destinato a scuotere le fondamenta del calcio italiano, ha chiesto e ottenuto una proroga delle indagini preliminari già prima che l’ex guardalinee Domenico Rocca formalizzasse il suo sfogo alla giustizia sportiva. Un dettaglio cronologico, quest’ultimo, tutt’altro che secondario: perché il fascicolo che oggi vede indagati Gianluca Rocchi – designatore degli arbitri di serie A e B – e il supervisore Var Andrea Gervasoni per l’ipotesi di concorso in frode sportiva era stato aperto oltre dodici mesi addietro. Dunque ben prima (e indipendentemente) dalle rimostranze pubbliche di Rocca, l’assistente che si era visto ridimensionare il proprio ruolo dalle valutazioni della commissione arbitrale nazionale. La Procura di Milano, in altre parole, non ha aperto un’inchiesta sulla scia di un ex collega deluso, ma stava già seguendo una propria pista, circoscritta e documentata.
La tempistica giudiziaria e l’interrogatorio del 30 aprile
La conferma arriva da un elemento procedurale: prima ancora di notificare a Rocchi e a Gervasoni l’invito a comparire – fissato per giovedì 30 aprile –, lo stesso magistrato ha dovuto chiedere al gip un prolungamento dei termini per le indagini preliminari. Una mossa, questa, che tradisce la complessità di un mosaico investigativo composto da intercettazioni, designazioni contestate e violazioni procedurali. Rocchi, che intanto si è autosospeso, avrebbe – secondo l’accusa – combinato o quantomeno orientato le designazioni arbitrali in due gare dell’Inter nel corso del 2025: Bologna-Inter e il derby di ritorno di Coppa Italia. A ciò si aggiunge una presunta violazione del protocollo Var durante Udinese-Parma dello scorso campionato. L’ex agente di commercio, 52 anni, ha annunciato il proprio temporaneo allontanamento con una frase destinata a restare: «Tornerò più forte di prima».
Capello: «Un nuovo illecito sarebbe grave. Ma attendiamo»
Fabio Capello, che di scandali calcistici ne ha visti sorgere e tramontare – dal Totonero del 1980 a Calciopoli di due decenni fa –, ha scelto la cautela. L’attuale opinionista di Sky e commentatore della Gazzetta dello Sport, pur riconoscendo la delicatezza della situazione, ha invitato a non trarre sentenze affrettate: «La mia speranza è che dell’accusa di concorso in frode sportiva non ci sia nulla di vero». Una posizione, la sua, che riflette l’atteggiamento di chi ha attraversato troppe tempeste per lasciarsi trascinare dalle prime ricostruzioni. Capello non ha minimizzato i fatti, ma ha ricordato come un eventuale nuovo illecito organizzato rappresenterebbe un colpo ben più grave di quello inferto da Calciopoli al sistema arbitrale.
Il sistema arbitrale sotto la lente della Procura e della politica
La disclosure dell’inchiesta milanese, va detto, è attesa con particolare interesse anche da quelle forze politiche che da tempo sollecitano un intervento più incisivo sulla Federcalcio, se non addirittura il commissariamento della Figc. Per loro il nodo centrale resta uno: capire se l’impianto accusatorio – per ora limitato a due gare di campionato e a un episodio specifico sul Var – possa fornire i margini giuridici per un’azione di portata più ampia. Un primo banco di prova sarà proprio l’interrogatorio del 30 aprile, quando Rocchi e Gervasoni dovranno rispondere alle domande del pm. Nessuna conclusione, a questo stadio, è stata tratteggiata; nessuna sentenza anticipata. La macchina giudiziaria, nel silenzio degli uffici di corso Monforte, continua a girare.
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